Intervista all’attore Alessio Esposito, vincitore del Premio Speciale Flaiano

Con un parterre di grandi nomi e i protagonisti di rilievo dalla letteratura al teatro, dal cinema al giornalismo, si è svolta domenica 7 luglio in piazza Salotto a Pescara la cerimonia di consegna del Pegaso d’oro in occasione della 46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano. Tra le personalità presenti  e premiate, tra cui Piera Degli Esposti, Antonello Avallone, Gabriele Lavia, Jacopo Gassman, c’era un giovane talento under 35, l’attore isernino Alessio Esposito. La giuria teatro composta da Giovanni Antonucci, Gianfranco Bartalotta, Antonio Calenda, Masolino D’Amico e Marco Praticelli ha conferito ad Alessio Esposito il Premio Speciale. Le ragioni di tale scelta sono state motivate con la breve ma efficace definizione che ha accompagnato l’importante riconoscimento.“Promessa e certezza del teatro italiano”. 

Il curriculum di Alessio Esposito è ricco di esperienze di incontri; ha abbracciato i classici del teatro ed ha esplorato drammaturgie nazionali e contemporanee, attraversandole. Attore trentenne, con uno spiccato impegno nel sociale e una personalità poliedrica vissuta  e condivisa con il Gruppo della Creta, la compagnia teatrale con cui Esposito è impegnato a progettare e e a organizzare nuove attività artistiche. 

46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano
46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano

Qual è stata la reazione a caldo nel momento in cui ti è stata comunicata la notizia del Premio Speciale Flaiano? Qual è la riflessione a posteriori a pochi giorni dalla consegna del Pegaso d’oro ? 

Sicuramente è stata una sorpresa perché non me l’aspettavo e non sono per niente abituato a momenti e a premi così importanti. È vero, ho vinto il Fringe quest’anno, però non è un evento della stessa portata. Il Premio Flaiano è stato straordinario anche perché c’erano decine di personalità come Gabriele Lavia, Piera Degli Esposti. Mi sono trovato in mezzo a dei mostri sacri del Teatro ed è stata una bella, grande soddisfazione. Nonostante ciò, anche dopo una situazione del genere, non ho modificato le mie abitudini. Il giorno dopo ero al teatro ad aiutare i miei compagni e a fare il lavoro di manovalanza di sempre. Non è cambiato assolutamente nulla in me: sono rimasto fedele a me stesso. 

La motivazione per l’attribuzione del Premio Speciale, nella sezione teatro, recita: «Giovane trentenne, promessa anzi certezza del Teatro Nazionale». Quanto una definizione può allargare o, all’opposto, restringere i confini di una persona, di un attore? Che importanza hanno per te le parole?

Come diceva Nanni Moretti: «Le parole sono importanti». Ogni singola voce ha la sua rilevanza. I miei amici amano chiamarmi “cumpà”. Cumpari, compare. Un termine che per me è importantissimo. È innanzitutto un codice affettuoso che ricorda altri tempi. Ormai il dialetto si è un po’ perso, perciò mi riporta un po’ ad un’epoca passata. Mi dà un senso di vicinanza con i miei compagni, con Cristiano (Demurtas, ndr) che ha mantenuto i vari nomignoli, dall’inglese all’italiano, con cui ci siamo sempre chiamati. Ogni singola parola ha la sua valenza soprattutto nel mio mestiere dove sono fondamentali. Ogni nome, ogni definizione ha un peso. Ho lavorato tanto sulla tecnica, sui testi, come ogni attore dovrebbe fare. Poi ovviamente le parole possono anche essere distrutte, massacrate, ma bisogna avere sempre coscienza di cosa si tratta altrimenti non si può pretendere di fare questo lavoro.

Hai iniziato a recitare ancora prima di diplomarti nel 2015 presso l’Accademia Internazionale Di Arte Drammatica del Teatro Quirino a Roma. Qual è la tua opinione su cosa è importante all’interno di un percorso formativo?

Naturalmente lo studio e la tecnica sono fondamentali per un attore, ma credo che stare sul palco lo sia di più. In questo senso, esordire in teatro a 18 anni, nella piccola provincia da dove provengo, mi ha aiutato molto. Da quel momento in poi ho sentito la necessità di andare fuori. A Roma ho iniziato a incontrare tante persone, all’interno della scuola dell’Accademia. A confrontarmi con ognuno di loro. Fare più conoscenze possibili è importante per saper distinguere e selezionare cosa vuoi imparare e da chi. Serve anche per sviluppare la capacità di saper dire di no a quei progetti dove non c’è affinità. Più cose fai e più ti rendi conto cosa è bene fare e cosa no. 

C’è un dibattito in atto che sembra mettere in contrapposizione il teatro sociale che salva dall’emarginazione, che incontra le persone nei contesti urbani e periferici contro un teatro professionistico, concentrato a salvaguardare tradizione e competenze piuttosto che misurarsi e sporcarsi con i cambiamenti della società. Cosa ne pensi?

Ho avuto la fortuna e la possibilità di praticare il teatro sociale facendo spettacoli all’interno di case circondariali come quella di Isernia, quella di Santa Maria Capua Vetere, a Rebibbia con la sezione teatrale e non quella cinematografica. Abbiamo portato uno spettacolo in scena al Teatro Argentina con la regia di Valentina Esposito e Laura Andreini. Il teatro sociale credo abbia ancora una certa importanza. Anche noi con il nostro gruppo (Gruppo della Creta, ndr)  cerchiamo di farlo. Un paio di anni fa abbiamo realizzato uno spettacolo itinerante, Orientheatre: giro di vite, per il Festival Labirinto. Attori e spettatori si orientavano ed effettuavano un percorso per le strade del quartiere di Torpignattara. Si partiva dalla struttura chiusa, dalle quattro mura, e si usciva fuori dove gli eventi accadevano, nella vita reale, per poi ritornare alla fine all’interno del Teatro Studio Uno. 

Adesso ci sono parecchi progetti, tanti bandi che nascono con l’obiettivo di riqualificare zone e quartieri periferici in tutte le città, da Roma a Milano, a Torino. C’è il bisogno di ritornare un po’ al passato, quando c’era tanta di questa attività. Non credo che sia finito tutto, ce n’è ancora bisogno. Anche il teatro classico, di sala, è giusto che esista, non lo vedo come una cosa deleteria. Un testo che parla di società, dei costumi, portato all’interno delle quattro mura può diventare una forma di teatro sociale quando riguarda tutti noi e non è una storia  fantastica, inventata. 

Generazione XX


Quali sono stati i momenti più significativi che hai vissuto nella stagione teatrale conclusa da poco?

Ho fatto vari spettacoli sono stato fortunato perché quest’anno ho lavorato parecchio e sono molto contento. Non ho un momento in particolare, quasi tutti. La particolarità di quest’anno è che ogni lavoro fatto è stato bello, ha avuto un buon successo quindi è stato davvero un anno positivo già con Generazione XX  a novembre, qui a Roma, poi con L’attesa con cui abbiamo vinto i premi miglior regia, miglior attrice e miglior attore (Alessio Esposito, ndr) al Fringe Festival. E poi le opere liriche, I Tre Barba. Hanno avuto un successo enorme piacciono alle famiglie soprattutto ai bambini. Questa è la cosa più bella: quando al teatro in prima fila ci sono dei bambini che ascoltano con attenzione, sorridono e si divertono. Percepire lo stare bene di tutte quelle persone che mi sono trovato davanti, sentire il loro stato di benessere a teatro. 

Come attore e come uomo che vive in una società senti l’urgenza, la necessità di un maggiore impegno in un momento storico come il nostro carente di umanità e sensibilità? 

Spesso mi ritrovo a pensare, a riflettere sul perché facciamo il nostro mestiere. Questa è una domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi. Perché faccio l’attore? Perché scrivo? Che cosa voglio, vogliamo dire?  Queste domande credo che siano collegate agli aspetti etici, politici, sociali e culturali. Tutto quello che diciamo muove dalla necessità di dirlo? Oppure perché speriamo di cambiare qualcosa, aiutare le generazioni future, noi stessi che viviamo un presente così martoriato?

La risposta a tutte queste domande potrebbe arrivare da una rivoluzione culturale: a partire da tutte le forme di arte, dalla letteratura alla pittura, non solo nel teatro. Penso utopicamente che un giorno si scenderà in piazza a milioni per farci sentire. Credo che stia rinascendo la  voglia di fare manifestazioni, alzare la voce, però non è ancora abbastanza. Siamo ancora un po’ troppo silenziosi, soprattutto noi italiani che tendiamo a chiuderci nel nostro piccolo guscio e a lamentarci troppo. Invece c’è bisogno di agire. Fare vuol dire reinventare: bisogna ritornare ad essere geniali perché non ci sono più gli intellettuali. Tutto è finito, morto, a partire da una cosa semplicissima che è quella che dovrebbe nascere dal cuore, dalla pancia, ovvero l’umanità. La cosa peggiore di tutte è che non siamo più umani, non ci guardiamo più negli occhi. Con l’avvento dei social media, di internet, la nostra modalità di azione è diventata quella di scrivere una frase più o meno banale nella nostra bacheca. In questo modo crediamo che si possa risolto tutto, invece non funziona così. 

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