La danza, la ricerca e la storia di Yotam Peled in un mondo lacerato dall’odio

Yotam Peled è un artista che ama viaggiare e portare le sue creazioni più o meno ovunque nel mondo. Coreografo, danzatore e attore, si è esibito recentemente a Roma presso Teatrocittà, con l’assolo Boys Don’t Cry, nell’ambito del Festival Corpo Mobile, fortemente voluto e selezionato dal direttore artistico Davide Romeo. Era inevitabile che gli venisse riconosciuto il premio principale, quello della residenza artistica e contestualmente quello come miglior danzatore.

Yotam Peled è nato in un kibbutz nel nord di Israele nel 1989. Ha iniziato a ballare a 21 anni; ha studiato danza, teatro e circo contemporaneo. Successivamente ha lavorato come freelance per diversi coreografi e compagnie, tra cui Maura Morales, Yann L’hereux, Troels Primdahl, Jill Crovisier, Mitita Fedotenko e si è esibito in festival e luoghi in Israele, Germania, Giappone, Italia, Francia e Vietnam. La sua cifra stilistica unisce l’acrobatico e il contemporaneo. Muove dal concetto di rompere la forma, innescando il virtuosismo in un flusso. La sua tecnica è il risultato di esperienza fisica, di un balance tra spingere ed arrivare al massimo, utilizzando il minimo necessario.

In Boys Don’t Cry, Yotam Peled si muove sul pavimento, affronta con facilità movimenti difficili. La sua energia è morbida ed efficace, le dinamiche si spostano da dentro a fuori e viceversa. L’ultimo riconoscimento in ordine cronologico è stato assegnato lo scorso 15 giugno in Polonia. Al Gdański Festiwal Tańca ha vinto il premio del pubblico e il terzo posto del premio della giuria che si aggiungono a quelli di MASDANZA, Awaji street art in Japan and Wurzburg dance festival. I suoi prossimi appuntamenti includono il Danceacrobatics a Barcellona con Kenan Dinkelmann (il 29 e 30 giugno) e l’attesa premiere di Alpha a Berlino. Seguirlo nei suoi spostamenti richiede un adeguato allenamento, ma una volta che Yotam inizia a parlare è come se il tempo si fermasse e l’interlocutore danzasse insieme a lui.

Boys Don’t Cry – Yotam Peled Ph. Barak Rotem.

Le origini, gli inizi, le influenze, la tua esperienza: quanto e come hanno determinato il tuo modo di essere artista oggi?

Sono cresciuto in un kibbutz e non pensavo che un giorno sarei diventato un artista. Mi interessava il lavoro creativo, mi piacevano la pittura e le belle arti. Passavo la maggior parte del mio tempo coinvolto in attività sociali o politiche, nel lavoro educativo. A diciotto anni, sono uscito allo scoperto come omosessuale, allo stesso tempo mi sono unito alle forze militari israeliane. Tutti in Israele devono farlo, è obbligatorio. Durante quel periodo ho iniziato a vivere la mia identità sessuale come volevo e, fortunatamente, ho ricevuto molto sostegno. È stato molto importante per plasmare chi sono come artista, come ho iniziato a formare la mia personalità artistica. Attraverso le esperienze che ho fatto, affrontando le mie emozioni e la mia sessualità, ho capito che era qualcosa con cui volevo lavorare e che volevo condividere. Sono stato sempre molto atletico, amavo lo sport, ma ho iniziato a ballare solo a ventun anni, dopo aver finito il servizio militare.

Quando mi sono trasferito, da Israele a Berlino, mi sono sentito libero di ricercare e creare, di trovare la mia voce nella danza. Per me è stato molto chiaro che volevo iniziare dalle mie origini, dalla mia vita, questo è stato il primo passo. Quando ho imparato a raccontare la mia storia, sono stato anche in grado di raccontare le storie delle persone. Tutte le mie esperienze: crescere in un ambiente socialista, passare il tempo nelle forze di difesa israeliane, fare coming out … anche se non hanno diretto le mie decisioni di oggi come artista, hanno avuto una grande influenza sulla visione e sugli argomenti con cui ho scelto di lavorare.

Era una società conservatrice in Israele, quella in cui vivevi? Quanta importanza hanno avuto il sistema militare e la disciplina per un giovane danzatore?

La società in Israele è piuttosto complessa e cercherò di descriverla in un modo che sia fedele alla realtà, poiché non è qualcosa che si può dire in poche parole. Dove sono cresciuto non è un ambiente molto conservatore. Sono stato molto fortunato, ho avuto il privilegio di avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto e buoni amici. Altre zone dello Stato possono essere piuttosto conservatrici. Molte cose lì sono ancora un tabù, specialmente le relazioni omosessuali.

Uomini che condividono i loro sentimenti, che esplorano il loro mondo emotivo e, nella danza, gli uomini che ballano sono realtà che non sono proibite, ma non sono ben viste. Esiste ancora un prototipo di uomo-macho che è argomento di ricerca nel mio lavoro e che in qualche modo è collegato alla nostra cultura militare. Tutti gli uomini e le donne vanno al servizio militare, per i primi non è usuale condividere i loro sentimenti, discutere di quello che stanno vivendo. Ci sono cicatrici e ferite lasciate aperte, specialmente su quelli che vanno al Combat Service. C’è qualcosa nel carattere dell’uomo israeliano che è duro, forte ed eroico,che lo blocca anche nell’avere a che fare con lo stress e il suo fardello. Non ero nel servizio di combattimento, ma ho lavorato in ufficio e nel campo dell’educazione. Era quasi come un impiego.

Ho portato parte della narrativa dell’esercito nel mio lavoro, specialmente per l’assolo Boys Don’t Cry. Parte di esso si basa su esperienze di altre persone, riguardo alla Storia della Guerra in Israele, e l’altra parte gioca con le fantasie della gente su cosa sia l’esercito, com’è essere un soldato. Le persone tendono a vedere la guerra e i soldati come sexy, eroici e belli. La realtà non è così, in realtà è un business di morte. Quando ho creato questo lavoro da solista e anche il resto delle mie coreografie, i gesti e le azioni della vita quotidiana sono emersi nella danza. Questo è il motivo per cui Boys Don’t Cry contiene molti movimenti che tutti devono fare durante l’allenamento militare, così come c’è anche la resistenza e la disciplina dell’esercito. Credo molto nella comunicazione delle idee attraverso i gesti e nella coreografia che deriva da intenzioni e azioni reali. In questo modo posso raccontare una storia senza usare il teatro letterale.

Cosa ti ha portato al Festival Corpo Mobile? Racconta qualcosa di più sul giorno in cui l’hai deciso: come ti sei sentito e cosa è successo dopo?

Ho sentito parlare di Corpo Mobile da un’amica che ho a Roma. Lei mi ha raccontato del Festival, sono sempre alla ricerca di opportunità per presentare il mio lavoro ad un nuovo pubblico in nuovi posti. Quando sono arrivato al teatro sono rimasto piuttosto sorpreso, perché avevo immaginato che sarebbe stato grande e nel centro di Roma. In realtà mi è piaciuto molto il fatto che fosse piccolo e in periferia e che così tante persone con background diversi avevano potuto avvicinarsi alla danza contemporanea attraverso il festival. C’era molta energia e la sensazione di una comunità. Sono stato felice di scoprire così tanti forti ballerini e artisti italiani nel festival.

Le esibizioni del festival erano intense e bellissime. Ogni volta che eseguo Boys Don’t Cry è diverso a causa del luogo, delle persone e del mio stato emotivo. Non avevo aspettative nel ricevere premi per la mia esibizione. Mi ha sorpreso molto, così come tutto il supporto che ho ricevuto dal festival e dalla giuria. Anche se nessuno di noi lo ha fatto per premi o per il denaro, è rassicurante quando le persone apprezzano e sostengono il tuo lavoro.

Cosa ne pensi dell’urgenza di portare la danza e sperimentare nei sobborghi di una grande città?

Siamo in una situazione critica di cui ho parlato qualche tempo fa con un mio amico. Molte persone ne parlano come di un’arte morente. Penso che se vuoi creare la danza, devi condividerla in luoghi in cui le persone possono unirsi a te e farne parte, trovando piattaforme che fanno evolvere la comunità. A iniziare dal costo del biglietto, la scelta del luogo, chi è l’esecutore. Dovrebbe essere un’azione sociale aperta a tutti, non solo rivolta a una piccola elite. Purtroppo in molti posti la danza è ancora qualcosa di riservato e per pochi privilegiati, non per tutti.

C’è qualcosa in Boys don’t cry che collega l’identità sessuale, il maschile e il femminile, con le emozioni e il pianto?

Mi piace lavorare con il kitsch. Penso che possa creare un modo semplice per le persone di connettersi con un’idea. Non so esattamente quando o come è arrivato il titolo. Penso che più o meno ovunque sia semplice per gli uomini esprimere le loro emozioni. Boys Don’t Cry si riferisce a questo. Soprattutto per i ragazzi, non solo per gli uomini. Ha a che fare con l’educazione: quando cresci impari il tuo ruolo nella società, quel “maschile” significa bloccare dentro una parte del proprio mondo emotivo. Il viaggio che ho fatto con la mia identità sessuale mi ha permesso di affrontare e lentamente annullare questi blocchi. Questa performance è importante per me dato che dà una possibilità alle persone che guardano me, soprattutto gli uomini, di andare da qualche parte con se stessi e lasciare che qualcosa accada dentro.

Cosa puoi anticipare delle tue nuove produzioni e nuove creazioni?

Al momento, e fin dalla fine dell’anno scorso, sono coinvolto con un progetto a lungo termine. È una trilogia di spettacoli di teatro-danza che mirano ad espandere la connessione tra la storia religiosa dell’umanità, l’evoluzione, i ruoli di genere e le strutture di potere nella società moderna. La prima esibizione si chiama ALPHA; è un progetto che avrà la sua anteprima a Berlino dal 21 al 23 agosto. Con cinque incredibili ballerini, in uno spazio chiamato Trauma Bar und Kino. L’ALFA esiste in un universo alternativo, cercando di immaginare come la società avrebbe potuto essere, diversa, se solo avessimo fatto altre scelte nel passato – relative alle origini religiose e scientifiche dell’homo-sapiens.

Lavoriamo con il maschile e il femminile e su come hanno formato la nostra società. Ruoli di genere diversi e diverse strutture di potere possono creare società diverse. È un pezzo un po’ cinico e oscuro, tocca argomenti difficili e spero che, con la collaborazione degli altri artisti coinvolti in questa produzione, riuscirò a creare qualcosa di potente. Questo progetto è stato anche selezionato per una piattaforma chiamata Talent Lab, nel Gran Teatro di Lussemburgo, che è guidato dal famoso coreografo Hofesh Shechter il quale mi assisterà nel primo processo di creazione.

La seconda parte della creazione si svolgerà nel centro coreografico di Heidelberg. Quando finiremo, debutteremo al Trauma Bar und Kino a Berlino. La sede è un teatro, un cinema e un club. Mira ad attrarre pubblico alternativo e a sostenere la comunità queer.

Condividi: