Sul processo creativo. Una riflessione su TVATT di Luigi Morra

Il 9 e il 10 marzo, presso il Teatro del Lido di Ostia è andato in scena TVATT – Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali, uno spettacolo ideato da Luigi Morra, liberamente ispirato a “East” e “West” di Steven Berkhoff, con Luigi Morra, Pasquale Passaretti, Eduardo Ricciardelli, con le musiche dal vivo dei Camera, luci e video a cura di Domenico Catano ed elementi scenici di Stefano Zecchini: lo spettacolo è stato prodotto da Etérnit e Teatraltro in collaborazione di Lunarte, con il supporto di TeatroForte e MArteLabel. Dall’incontro con il regista Luigi Morra nasce questa riflessione sui processi creativi.

Dietro ogni prodotto artistico, c’è sempre un processo creativo: l’insieme delle contaminazioni, degli incontri, del lavoro, delle idee, delle ispirazioni e delle aspirazioni, della necessità di esorcizzare una tematica, di creare un momento di catarsi individuale e collettiva, fino alla creazione dell’opera d’arte in sé. In una forma d’arte come il teatro, che non produce oggetti e monili da esposizione, ma solo momenti performativi consecutivi, la questione del processo creativo diventa essenziale per poter comprendere fino in fondo la genesi di uno spettacolo e il suo relativo orizzonte d’azione: è il primo passo per capire l’ambizione originale dell’artista che si scontra con i tempi produttivi, con il contesto, con il pubblico, in maniera tale da creare uno sguardo oggettivo sullo spettacolo, senza distinzione o pregiudizio di genere e di gusto. Il campo di interazione che si crea tra processo produttivo e il suo prodotto finale è uno dei problemi annosi dell’estetica teatrale: appena si cristallizzano le forme, subito il processo si arresta, lo spettacolo diventa museo e perde la vitalità legata alla scoperta, alla caducità del tempo presente che si rinnova in constante fermento.

Ma che succede quando il processo creativo non sta dietro lo spettacolo, ma è lo spettacolo stesso? Si rimane straniti, attratti da questa tensione generata dal rischio, dall’eventualità, da atmosfere che si rompono in continuazione, dal disagio di vedere davanti a sé la negazione stessa delle convenzioni, nella distruzione di ogni aspettativa. Tutto questo è successo in TVATT di Luigi Morra. Il regista-attore ci mostra una via possibile all’esigenza di mantenere in costante movimento il processo creativo: partito da una performance individuale ispirata al testo “East” e “West” di Steven Berkhoff nel 2014, Morra ha creato negli anni un contenitore multiforme che si è imbevuto delle contaminazioni di altri artisti come Eduardo Ricciardelli, Pasquale Passaretti, i Camera, Domenico Catano. Questo dispositivo ha dato la possibilità a TVATT di crescere in varie direzioni, grazie ai nuovi punti di vista e al nuovo materiale organico proposto, con l’obiettivo di indagare l’estetica della violenza nei suoi svariati significati, attraverso la riproduzione del pericolo nel momento in cui la violenza si esprime traslata nello spettacolo con la creazione di una tensione performativa generata dal rischio delle “mazzate” dell’eventualità, del caso, dell’improvviso, del “vediamo che succede a mettere questo”.

Avvolta in un manto clownesco di ironia tragicomica, dove tutto viene filtrato dal sorriso beffardo del giocoliere che minaccia giocando e gioca minacciando il suo pubblico, l’estetica teatrale di Morra non è la base preimpostata del suo lavoro, ma è il suo risultato finale, sempre messo in discussione, scoperta tramite l’accettazione del rischio, del crollo sempre imminente, delle “mazzate” del pubblico, con la possibilità di cambiare e di rinnovarsi, di aprirsi ad altri contenuti, di mischiare costantemente le carte in tavola in un gioco dove la regola principale è l’assenza delle regole stesse.

TVATT è un modello di ispirazione per chi sente l’esigenza di dover mantenere vivi i processi creativi; ma dietro questo dispositivo, si annida il rischio di procrastinare troppo a lungo le scelte, e la volontà di mantenere delle strutture aperte in continua evoluzione si scontra con l’esigenza di chiudere il cerchio in un contesto di autoproduzione dove il medesimo campo di interazione tra urgenza e necessità, che è all’origine della genesi embrionale di un qualsiasi spettacolo, collassa su se stesso. Al di là delle soluzioni che temporaneamente si possono prendere, e di cui ci si può pentire in futuro, non bisogna mai perdere la bussola della ricerca, della sperimentazione, della capacità di aprirsi al mondo esterno e alle sue contaminazioni, e di non restar chiusi nelle proprie torri immaginarie in cui si cerca di interagire con gli altri con la presunzione di imporre la propria visione anche ai nostri interlocutori, ma di incontrarsi e scontrarsi, e di lasciare che l’evento avvenga da sé.

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