Un orso gender fluid che si trasforma in zentai bianco: il racconto di U-Storia di una identità fluida Intervista a Roberto Di Maio di Collettivo Crib

Abbiamo incontrato Roberto Di Maio del Collettivo Crib, al termine della seconda replica di U – Storia di una identità fluida. La sala vuota e illuminata di Carrozzerie n.o.t. rivela la profondità di quello spazio, dove sembra regnare il silenzio dell’universo. Interrotto soltanto da qualcuno che apre occasionalmente la porta d’ingresso e che concede al vociare esterno di insinuarsi, per brevi istanti, come interferenze in un racconto.

Tre sono state le date: 10, 11 e 12 gennaio, tre sold out per quello che è il primo lavoro di un giovane gruppo, il Collettivo costituito da Beatrice Fedi, Roberto Di Maio e Carolina Ciuti. La data di nascita è il 2017, il luogo sia del concepimento che del parto è metafisico. Scopriremo durante l’intervista che si tratterà di due telefonate importanti, una triangolazione perfettamente riuscita tra Polverigi, Roma e Barcellona.

Il Teatro Sociale di Gualtieri, comune della provincia di Reggio Emilia, dove si svolge il concorso-progetto Direction Under 30, è il letto sicuro e felice dove si è irrobustita l’idea di U- storia di una identità fluida, fino al meritato riconoscimento del premio della critica. La parola inglese Crib significa proprio culla.

Quello che manca è un dato presente in ogni carta d’identità. Il sesso. Una lettera alternativa e diversa tra le due scelte istituzionalizzate. Né M (maschile), né F (femminile), ma U – undetermined. Quel simbolo è stato realmente stampato sulla tessera sanitaria di Searyl Doty bambin* nat* in Canada e ciò è un fatto di cronaca che ha catturato l’attenzione di Roberto Di Maio ancor prima di dare origine a tutto quello che è avvenuto dopo. L’intervista con lui è stata l’occasione per parlare di esperienze personali, dei miti classici, della società e dell’impatto tecnologico.

Che tipo di bambino sei stato?

Diciamo che io sono stato un bambino volgarmente “normale”, senza grossi problemi, soprattutto legati all’identità sessuale e al mio corpo. Sicuramente siamo tre cisgender, cioè ci riconosciamo nel corpo biologico in cui siamo nati, tutti e tre, a livello di scelte sessuali, abbiamo sicuramente sfondato la monovisione eterosessuale. Io personalmente ad esempio ho avuto delle esperienze del genere, di scoperta, da bambino e posso dire la stessa cosa anche per gli altri, per cui sicuramente da questo punto di vista ci ritroviamo. Penso che quello attuale sia fondamentalmente un periodo diverso dal nostro, nel senso che, per quanto non siamo sessantenni, quando eravamo bambini noi, 20-25 anni fa, la possibilità di poter affrontare una cosa del genere non c’era perchè non era nell’ottica di nessuno; né dei nostri genitori, né tantomeno dei nostri amici.

Adesso è completamente diverso. Ad esempio. noi siamo stati in contatto con una mamma italiana che ha il figlio gender fluid, per cui un giorno si sente maschio e il giorno dopo femmina. A volte, anche nella stessa giornata, torna a casa, si cambia e si veste da bambina. La donna è stata costretta ad andare a vivere in Spagna perché l’Italia non appoggia una cosa del genere, in questo senso penso che andiamo sempre peggio.Il fatto però che ci sia una possibilità del genere in un altro paese, è una cosa che vent’anni fa non sarebbe stata possibile. Diciamo che abbiamo vissuto, usando una parola volgare, una normalità imposta, come se fosse l’unica strada da poter percorrere.

Parlando di “U”, il lavoro di ricerca è stato lungo?

Abbiamo fatto un lavoro di ricerca lungo quasi un anno, iniziando nel maggio del 2017 e facendo una ricerca storico-scientifica, etimologica, sulle immagini, che è la caratteristica della drammaturgia dello spettacolo. Il risultato è stato volutamente portato in scena in questo modo. Abbiamo affrontato la tematica da cisgender, tendenzialmente eterosessuali se proprio uno deve fare delle classificazione del genere. Ci siamo resi conto anche di non conoscere per esempio la parola cisgender, l’abbiamo scoperta durante il percorso e alla fine ci siamo chiesti come o che cosa quel termine potesse cambiarci. Fondamentalmente niente e, a maggior ragione, abbiamo trovato ancora più inutile una simile classificazione.

Per cui il percorso è stato lungo, abbiamo studiato tantissimo, abbiamo scoperto molte cose in più durante il percorso ci siamo anche resi conto di avere idee diverse. Anche lo stesso fatto di cronaca di Searyl Doty era un argomento talmente grande che nelle sfumature non ci trovava d’accordo, quindi, molte volte abbiamo discusso. Non è stata solo una ricerca storico-etimologica ma anche un’analisi etica.

Molte volte ci siamo ritrovati a litigare e questo è stato un altro passo fondamentale perché ci siamo resi conto che volevano lasciare aperte delle porte, non volevamo dare delle risposte. Più che altro volevamo porre delle domande, come quelle che abbiamo fatto a noi stessi, a cui non abbiamo trovato una risposta.

Come collettivo siete giovani, se dovessi identificare alcune fondamentali tappe, individuali, personali, ma anche di gruppo, quali selezioneresti?

Sicuramente c’è stato un momento preciso. Beatrice stava facendo un laboratorio con la compagnia catalana El Conde De Torrefiel, in teatro a Polverigi, Ancona. Le avevano chiesto di fare una performance individuale e lei mi telefonò chiedendomi consigli. Proprio quel giorno avevo letto di quel fatto di cronaca, gliene parlai e lei mi rispose che era perfetto. Anche perché Bea aveva sempre interpretato, come lei dice nello spettacolo, ruoli maschili perché nel teatro un’attrice bassina di statura, con i capelli corti, era perfetta per fare quello, per cui aveva già vissuto un lavoro di trasformazione artistica molto corrispondente con quell’argomento. Quella telefonata è stata sicuramente l’origine del nostro progetto.

Un altro momento penso sia stato quello in cui, per mia volontà abbiamo chiamato Carolina che è la direttrice artistica di un festival di videoarte a Barcellona, dove vive. Carolina è sempre stata una curatrice d’arte, le abbiamo chiesto di mettersi in gioco e in campo con noi per cui diciamo che si può dire che il Collettivo Crib si fonda su due telefonate fondamentali. Per quanto riguarda me, devo molto al mio precedente Collettivo, che ho fondato parecchi anni fa e che aveva già uno stampo molto multimediale con videomapping. Sono sicuramente cresciuto e quello attuale è comunque uno sviluppo del mio percorso personale

Tra le componenti di U ci sono l’elemento della fisicità, lo spazio del dubbio e l’ironia. È così?

I tre cardini di questo progetto sono il corpo, l’immagine e il cambiamento, l’evoluzione. Si parla di identità di genere perché cisgender e transgender indicano il riconoscersi o meno nel proprio corpo.

Noi abbiamo tradotto questo, quanto più possibile, in qualcosa che non arrivasse alla danza, qualcosa che però uscendo dal quotidiano, diventasse astrazione. Un superamento del gesticolare come la partitura finale del monologo. Una liberazione, come quella della Vogue dance, una danza nata a New York nelle carceri maschili e che prese piede nel mondo omosessuale, negli anni ‘70.

L’immagine perché viviamo in un periodo in cui c’è un abuso enorme dell’immagine, però è un’immagine modificabile. Possiamo mettere 1000 filtri a Instagram, Snapchat, fare le facce buffe. Noi abbiamo scelto la Polaroid, lo sviluppo di un’istantanea, di un momento che non puoi cambiare più, dove l’attimo prima sei per forza un’altra cosa dell’attimo dopo e quindi sei un’ evoluzione. Non sei un essere preciso, non puoi esserlo, sei sempre in transizione e quella foto ne è la dimostrazione, per questo lo mettiamo in primo piano.

L’immagine video con la ripresa in primo piano. Quella di un video messaggio ad U da un mondo immaginario che abbiamo creato prendendo spunto dalla mitologia greca i cui personaggi hanno a che fare con l’identità di genere. Come Tiresia che era maschio è diventato femmina per 7 anni per capire quale orgasmo fosse migliore e successivamente venne fatto cieco. Ifi e Iante. Ifi nata femmina, sarebbe stata uccisa dal padre e allora la madre per salvarla decise di allevarla come un maschio. Afrodite, nata dalla schiuma di Urano, per cui è maschio e femmina, non è una cosa sola.

L’utilizzo dello zentai, uno spazio bianco che è la neutralità assoluta. L’immagine dell’ombelico che è l’unica cosa che può connotare l’unicità di una persona, più delle impronte digitali e del DNA. Si usa per riconoscere due gemelli omozigoti. Essendo artificiale, una cicatrice, non può essere uguale ad un altro. Infine è stata fondamentale,come dici tu, l’ironia, ma anche l’auto-ironia: questo ci tengo a specificarlo.

Il fatto di mettersi in discussione per primi. Creiamo un’installazione tecnica e subito dopo la smontiamo, prendendo in giro il concetto del microfono con gli effetti che “fa figo”. Viviamo in un periodo in cui nel Teatro ci sono tante classificazioni, anche se non sono determinanti per noi che siamo un collettivo molto ibrido. Il nostro obiettivo non è quello di riuscire a rientrare in una di queste. Ci hanno detto che la cosa che piace di più del nostro spettacolo è il suo spirito “trans”, nel senso di essere al di là di ogni cosa, in trasformazione. E l’ironia, per me, è stata fondamentale, sin da subito, insieme alla semplicità.

Lo spettacolo e il testo soprattutto poteva rischiare di essere arrogante, un po’ saccente, didattico. Nel senso “io so più di te, te lo spiego”. Per fortuna abbiamo Beatrice che è un “animale da palcoscenico”, nella sua semplicità e nella sua leggerezza. Abbiamo lavorato tanto su questa cosa proprio perché la nostra azione performativa vuole essere una condivisione e non ci vogliamo mettere in cattedra.

Diversi sono i luoghi e le scelte che avete effettuato per il vostro progetto: teatri, musei, spazi pubblici. Che tipo di interazione si è determinata con il pubblico, qual è stato il rapporto tra spazio/azione/reazione, interazione?

Essendo nati da poco ed essendo questo il nostro primo progetto per ora non abbiamo un grande curriculum. Posso dire però che è stato concepito per essere e per avere diverse forme di espressione e di comunicazione.

Parliamo di “gender fluid” e vogliamo che questa “fluidità” ce l’abbia anche come forma artistica. È nato per essere un progetto – chiamiamolo – teatrale, nel senso che è stato pensato per gli spazi teatrali però abbiamo già fatto una performance al museo in Trastevere di Roma per Musei e Musica e, nello stesso contesto, abbiamo creato una prima bozza di installazione. Una nostra idea è quella di far diventare U anche un progetto che possa vivere non performativamente, cioè una installazione video che viva di vita propria. Vogliamo che l’unione tra Beatrice, Carolina e me, tra i nostri mondi e le nostre esperienze, sia il motore portante del Collettivo. Può diventare anche un concerto installativo, le musiche per esempio sono originali e quindi abbiamo pensato a questa possibilità.

È diventato anche una performance di videomapping site-specific, abbiamo mappato tutto il museo in Trastevere e Beatrice danzava all’interno delle registrazioni, delle scritte con le opinioni degli altri. Abbiamo fatto l’installazione su un manichino, facendo videomapping su di esso. Diciamo che l’impronta del Collettivo è questa, l’idea di una indeterminatezza di base nella drammaturgia.

Le musiche sono di Claudio Cotugno musicista e anche attore, con cui collaboro da anni, che già faceva parte il mio collettivo precedente. Insieme abbiamo realizzato un progetto di musica elettronica, di concerti e installazioni.

Lui è l’autore delle musiche, di tutto quello che si ascolta, tranne quella citazione di pochi secondi di “Eye of the tiger” e il Valzer di Pina Bausch. Tutte le altre musiche sono originali. Un’altra collaborazione è stata quella con Francesco La Mantia che è l’autore della melodia delle video interviste dei video messaggi.

Partendo dall’idea di viaggio, dalla metafora di un viaggio in traghetto con tanto di biglietto si arriva all’elaborazione di un concetto: “siamo tutti esseri in transizione”. La libertà è ibridazione o piuttosto è l’universalmente immutabile amore?

Più che ibridazione, la libertà è l’amore, soprattutto nei confronti dell’ unicità. Noi viviamo in un periodo in cui, ad esempio, il diverso da noi è violentato dal nostro odio. “Nostro” inteso come contesto della nostra società, viviamo in un periodo gravissimo da questo punto di vista, in cui non si può, è difficile uscire fuori da questi schemi determinati, la “famiglia tradizionale” ad esempio. Io penso che invece debba esserci il desiderio di amare l’unicità dell’altro e per questo abbiamo inserito le immagini dell’ombelico.

L’ibridazione non credo che sia la risposta esatta. Ricollegandomi allo spettacolo penso alla scena dello zentai bianco, un simbolo che rappresenta l’annullamento dell’identità, funzionale per creare qualunque cosa. Quella scena crea volutamente un po’ di ansia, anche grazie alle musiche. Noi citiamo sempre il Grado Zero della forma. Il bianco che ci deve essere come una tela perfetta su cui ognuno di noi costruisce, dipinge la propria personalità e sia libero, in quanto bianco, neutro, di esprimere la propria personalità.

Dover scegliere il rosso e il verde per gli altri e quindi costringere gli altri a colorare la propria personalità, con un colore imposto, penso che sia la cosa più grave che l’essere umano possa fare ad un altro, in quanto suo simile.

Se siamo degli animali sociali vuol dire sviluppare l’istinto, amare l’altro come noi stessi. Potrebbe sembrare una visione cattolica, ma è una cosa straordinaria amare l’altro in quanto unico e irripetibile proprio perché la sua unicità non può essere mai uguale alla tua. Questo può solo farci crescere perché ci regala un’esperienza che noi non abbiamo. Rimanendo nei limiti della non-violenza, penso che ognuno possa fare ed essere ciò che vuole e ciò è un arricchimento per la società intera. per cui diciamo il bianco in quanto insieme di tutti i colori.

Premio della critica “Direction under 30” al Teatro Sociale di Gualtieri: quali sono le emozioni e i ricordi di quel momento?

Si è trattato di un momento assolutamente fondamentale, quella è stata una mezza follia a dire la verità. Era il periodo in cui eravamo in totale creazione, avevamo vinto dei bandi di residenza, avevamo studiato molto, ma non avevamo ancora idea dello spettacolo, né di quale potesse essere Il nostro linguaggio, la nostra forma scenica. Avevamo partecipato, tra gli altri, anche a quel bando perché prevedevano progetti in divenire e perché l’organizzazione era interessata al nostro progetto. Ci avevano chiesto un video, ne rimontai uno delle prove e, a venti giorni dalle date del Festival, siamo stati selezionati.

Quella è stata una prima vera e propria, cioè il pubblico lo ha visto insieme a noi. Non ci aspettavamo niente, nello stesso tempo però eravamo molto ottimisti. Sarà che il Collettivo ci rappresenta molto, in questo progetto ci crediamo tanto ed è una parte di noi. Il livello delle altre compagnie era altissimo gli spettacoli erano molto belli e quello ha generato un po’ di preoccupazione. Abbiamo notato che c’era molto interesse nei nostri confronti, la giuria era molto curiosa. Il premio della critica ci ha dato la possibilità di andare in scena e partecipare al festival Aperto di Reggio Emilia, con nomi come Alain Platel, il Collettivo CineticO. Il solo pensiero ci faceva venire i brividi.

Andare lì, nati da poco e con un pubblico di 20-25 persone al seguito e ritrovarsi un teatro di 200 posti pieno è stata un’emozione incredibile. È stata la conferma assoluta che tutto quello che stavamo facendo aveva un senso, non era solo una nostra sensazione. Avere un riscontro con il pubblico di tecnici, di giurie e di non addetti ai lavori per noi è stato un motivo per andare avanti.

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