L’Elogio della Follia ai tempi dello Star System. Intervista al regista Tiziano Panici

Scritto e interpretato da Aleksandros Memetaj, con le coreografie e i movimenti scenici del danzatore e attore Yoris Petrillo e le musiche di Giovanni Di Giandomenico, lo spettacolo Elogio della Follia – #ilikedopamina, diretto dal regista Tiziano Panici, ricostruisce un ritratto distopico della società di oggi, dove il fenomeno dei social media, della visualizzazione spasmodica e dello Star-System assumono rilevanza fondamentale tale da dividere il mondo in due classi: classe A e classe C.

Liberamente ispirata all’omonimo saggio di Erasmo da Rotterdam e fortemente legata alle intuizioni di George Orwell, l’opera indaga le complesse dinamiche socio-culturali causate dalla rivoluzione digitale, interrogandosi su come l’utilizzo dei social media abbia influenzato la vita e i comportamenti degli individui fino a diventare una vera e propria sindrome di inizio millennio. Un fenomeno in rapida espansione, in termini di persone coinvolte e di effetti indotti, così invasivo e persistente da determinare una progressiva trasformazione antropologica e biologica dell’essere umano.

Infatti, come dimostrano numerosi studi sulle neuroscienze applicati alla comunicazione digitale, la ricezione di un feedback positivo sui social media comporterebbe una scarica nell’organismo di dopamina, il neurotrasmettitore alla base dei fenomeni di dipendenza. Dal punto di vista neurologico, l’assuefazione dai social network funziona quindi esattamente come qualsiasi dipendenza da droga. In questo senso, anche i protagonisti dello spettacolo, asserviti al volere di una nuova Dea  Follia, sono costretti a esibirsi per milioni di occhi e a visualizzare video dall’interno di stanze circondate da telecamere, per piacere o per disperazione.

Questo progetto nasce con la profonda esigenza di portare avanti una ricerca artistica che vede coinvolti quattro autori under 35 che si esprimono artisticamente attraverso linguaggi e strumenti differenti.Ora la ricerca è finita e il risultato è una storia contemporanea, distopica, dalle tinte oscure che fa emergere l’inquietudine di una nuova generazione di uomini dal futuro incerto, che però hanno un’estrema esigenza di esprimersi e di chiedersi: chi sono io?

Così scrive in una nota Tiziano Panici, regista e direttore artistico di Teatro Argot Studio che abbiamo intervistato al fine di tracciare la parabola di creazione artistica dell’opera.

 

Genesi produttiva dell’opera

La difficoltà principale delle messinscena contemporanea riguarda il tema dell’estetica, cioè delle scelte registiche che si possono fare anche in base al contesto produttivo. Perché faccio questa premessa?

Il progetto “Elogio della Follia” è figlio di un percorso di sperimentazione, produzione e di residenze avviato con Argot Produzioni in collaborazione con Twain, due anni fa ormai. Le residenze artistiche sono ancora un oggetto particolare, che inizia a essere adesso frequentato in Italia; all’Estero già è frequentato da molto tempo. C’è una grande diatriba rispetto alle residenze, cioè se queste rappresentino una forma di processo produttivo o no. A mio modesto avviso lo sono, e sono anche necessarie alla maggior parte delle compagnie che si formano in maniera indipendente.

Il primo progetto di sperimentazione sonora e visiva, Le Città Invisibili, è stato fatto con il sostegno produttivo da parte di Argot e Cie Twain.La scelta di fare un percorso di residenza è stata nostra e quindi abbiamo dovuto provvedere a far in modo che i costi di residenza fossero sempre coperti e garantiti mentre le due produzioni hanno provveduto a fare in modo che non rimanessimo mai scoperti e che l’ufficio di produzione seguisse i nostri spostamenti garantendoci sempre l’appoggio logistico e amministrativo delle due strutture. In scena, lo spettacolo vedeva me, Yoris Petrillo e Giovanni Giandomenico che poi ha composto le musiche di Elogio della Follia. Più o meno la squadra di oggi era la stessa.

È stato un progetto che abbiamo portato in tutta Italia attraverso le residenze ma che, paradossalmente, non è mai diventato uno spettacolo. Abbiamo fatto quasi dieci tappe di residenza, rimodulato il progetto, smontato, presentato in contesti diversissimi: dai Musei Capitolini al Campidoglio di Roma a Gorizia, in un festival multimediale internazionale ma non l’ho mai fatto debuttare in sala, tranne al Festival di Attraversamenti Multipli, a cui dovevano seguire alcune repliche al Teatro Argot. Queste repliche non ci sono mai state perché da regista non accettavo il fatto che avevo bisogno di alcune condizioni tecniche minime per andare in scena, e di fatto non c’erano i soldi per poterle garantire.

Quel progetto, terminato all’interno del percorso di residenza, è stato un progetto di sperimentazione. Da lì abbiamo incrociato la strada di Aleksandros Memetaj, autore e attore del monologo “Albania Casa Mia” prodotto da Argot, che ha avuto la fortuna di fare più di 100 repliche. Mi ha proposto diversi soggetti che aveva in mente tra cui quello dell’Elogio che ha solleticato subito la mia curiosità. Così l’ho proposto a Yoris Petrillo, compagno importante di questo percorso. Lui stesso mi ha chiesto di unire il nostro percorso con un testo di Aleksandros.

Così nasce un secondo progetto di residenza, monitorato da Twain ed Argot Produzioni che hanno messo a disposizione i loro spazi per farci provare e allestire ma anche per garantirci di poter riuscire a portare nuovamente in giro un progetto che stavolta sarebbe diventato uno spettacolo. Così Elogio della Follia diventa un percorso di ricerca, durato un anno. Ci siamo dati il primo appuntamento a Trasparenze, eravamo solo io e Aleksandros. È stato messo il primo semino del testo, nato dall’idea di voler evocare la Dea Follia sulla Terra ben seicento anni dopo che l’aveva immaginata ed evocata Erasmo da Rotterdam. A seguire abbiamo fatto altre residenze presso Arcene, in provincia di Bergamo nella residenza “Qui e Ora”, a Matera al centro IAC e anche a Kilowatt con le residenze annuali, Teatro Argot, il Supercinema di Tuscania e il Centro Danza di Ladispoli, questi ultimi due centri gestiti da Twain. Sono sei appuntamenti sparsi lungo tutto il 2017 che ci hanno portato fino al debutto dello spettacolo di oggi.

Queste precisazioni sono necessarie per spiegare che Argot e Twain, due enti di produzione che fanno benissimo il loro lavoro e di cui tra l’altro io e Yoris siamo anche in parte responsabili in quanto figli d’arte – Yoris Petrillo è il figlio di Loredana Parrella, direttrice di Twain e io di Maurizio Panici, direttore di Argot – hanno cercato di sostenere come potevano il nostro progetto di ricerca, scommettendo con noi sulla sperimentazione di un percorso di residenza e avendo dovuto negli anni modificare molto il loro percorso di enti di produzione, tutelando in primis gli altri artisti, autori, coreografi e registi che vengono ogni anno scelti e sostenuti da queste strutture.

Ho cercato di creare uno spettacolo che potesse entrare in una station wagon e che avesse un fortissimo impatto di ricerca soprattutto sonora e quindi evocativa. Abbiamo creato un vero progetto di architettura sonora che è stato triangolato da me, Giovanni di Giandomenico e Cristian Bocchi, sound designer, che ha curato tutta la parte più strutturale.

L’architettura sonora è invisibile e immersiva però ha le stesse difficoltà tecniche di un’architettura reale. L’uso dei software e dei microfoni, lo sviluppo di un’ambientazione sonora e la produzione delle musiche richiedono la stessa lavorazione di un impianto scenografico con la differenza che al contrario di una scenografia sono trasportabili ovunque. Questo facilita moltissimo.

L’altra scelta riguarda il disegno luci. Questo spettacolo rappresenta la ventesima regia che firmo in dieci anni di produzione teatrale. Ormai amo anche farmi da solo i disegni luce e li faccio diventare parte essenziale dello spettacolo. Tutte queste condizioni mi hanno permesso di lavorare sulla strutturazione di un testo e sul lavoro d’attore che doveva reggere botta anche senza nessun tipo di elemento esterno apparentemente scenografico che potesse sostenerlo. Questo significa che se riesci a evocare la fantascienza e a immaginarla, la puoi fare anche senza avere un apparato scenografico che ovviamente ti comporta dei costi di trasporto molto elevati. Molto spesso i registi e gli artisti si affidano completamente a strutture esterne che garantiscono il loro lavoro, ma la maggior parte degli indipendenti non riesce a portare gli spettacoli fuori di casa perché non considera tutti questi aspetti fondamentali per confrontarsi con il mercato dello spettacolo.

Creazione artistica in sinergia

In scena ci sono quattro autori. Quando parlo di lavoro autoriale mi riferisco alla scrittura di Aleksandros , anche interprete dello spettacolo, parlo del lavoro coreografico di Yoris Petrillo, anche lui interprete, della partitura musicale di Giovanni di Giandomenico e parlo di me, regista e interprete che applica una scrittura di scena scegliendo determinati segni per poter raccontare la storia.

Questo vuol dire che in questo percorso siamo tutti creatori e complici di ciò che abbiamo scritto, poi ognuno di noi ha sviluppato, a seconda delle sue funzioni, la propria specificità artistica. Portandomi fuori con lo sguardo anche se la mia voce è presente nello spettacolo, l’indirizzo che ho dato alla scrittura di Aleksandros per i personaggi fa riferimento a un mondo immaginato diviso in classi così come ha scritto Orwell in 1984 dove parla di tre classi sociali: i bassi, i medi e gli alti che non fanno altro che tentare di salire di grado. Gli unici che rimangono fregati sono i bassi, ovvero i classe C.

La nostra storia racconta questa dinamica a partire dall’idea drammaturgica di Aleksandros che descrive come funziona la società di oggi: ci sono i classe A, cioè i leader, i classe C, i follower, che cercano di emulare risultando dei “falliti” e poi ci sono i medi, i classe B, che qualcuno si sarà chiesto, guardando lo spettacolo, chi siano. Questi ultimi sono coloro che stanno a guardare. In questo senso, la nostra è una società completamente voyeuristica, quindi, chi non ha una parte attiva in questo gioco è quello che in qualche modo si beve tutto quello che poi viene prodotto. L’unica cosa veramente molto cambiata dai tempi di Orwell è che grazie a internet, oggi, il gioco delle classi può essere ribaltato: il leader può diventare da un giorno all’altra un perdente e viceversa.

Questo è il motivo per cui la caratterizzazione dei personaggi doveva raccontare questa possibilità di scambio e quindi immettere gli attori in entrambe le categorie dell’essere umano.

Le tematiche distopiche trattate nell’opera

Avendo la fortuna e l’esperienza di Dominio Pubblico, ho visto tanto teatro giovane in questi ultimi sei anni. Tante proposte e tanta voglia di raccontare il mondo che ci sta intorno. Il primo compito del teatro è di riuscire a leggere la realtà e mostrarla agli altri attraverso la finzione. Quello che noto è che molti di questi giovani artisti che hanno attraversato Dominio Pubblico stanno lavorando su temi simili: It’s app to you dei Bahamut o Aplod dei Fartagnan Teatro, ospiti della nostra ultima edizione, programmati per Outis – Nuove Trame d’Autore.Esempi eccellenti di spettacoli incentrati su tematiche simili alla nostra, trattate scenicamente in maniera differente.

Entrambi sono vere e proprie science fiction. Il nostro spettacolo ha voluto mantenere una forte radice con la letteratura a partire dal rapporto fra Erasmo e Tommaso Moro. Nonostante nel nostro lavoro ci siano sotto certe sfumature inquietanti e distorte verso il baratro, il pubblico si diverte molto: va bene farsi delle domande ma bisogna essere consapevoli di essere figli del nostro tempo. Per me fare uno spettacolo del genere è un atto di denuncia, ma non credo che sia tutto negativo nella tecnologia e nel mondo che ci stiamo costruendo intorno.

Gli uomini tendono sempre ad abusare di ciò che piace loro: la distopia si utilizza per far vedere quali sono i rischi di una degenerazione. Quando passi da una società sociale in cui i problemi venivano discussi in piazza a una società social dove la piazza è sul web, è chiaro che cambia il modo di stare al mondo, di comportarsi e di relazionarsi agli altri. Questo non vuol dire che è per forza il male, però sicuramente bisogna fare attenzione. Il nostro teatro voleva fare questa denuncia mettendo insieme la leggerezza del ridicolo alla serietà dell’inquietudine umana, precipitate nella scrittura di Aleksandros che ha conservato tutta la gamma di colori per raccontare questa storia.

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