Generazione XX: Apoteosi Pop. Intervista ad Anton Giulio Calenda, tutti i colori di un teatro che brulica di vita

Torna in scena a Roma, il 29 Maggio al Teatro Vittoria, per la rassegna “Salviamo i talenti”, Generazione XX, uno spettacolo volutamente “sgrammaticato e colorato”, come lo definisce Anton Giulio Calenda, l’autore del testo. I vari personaggi, molti dei quali hanno i nomi dei colori, sono interpretati dagli attori del Gruppo della Creta. Alessandro Di Murro ha firmato la regia di quello che è uno spettacolo ricco di contenuti e suggestioni, tanto da non sembrare un’opera prima. Ogni cosa si muove alla perfezione, con i tempi giusti, con un ritmo e una narrazione incalzante ed è evidente l’amalgama tra le attrici e gli attori del cast.

La compagnia è formata da giovani attori che si sono formati presso la Nuova Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirinetta di Roma. Amano definire il loro Teatro indipendente e collaborativo. Visione e concretezza in parti uguali: la scelta che rivendicano con dignità Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao vuole posizionarsi fuori dagli schemi del teatro ufficiale. Ed è sicuramente un bene ritrovare un sussulto di emancipazione e di libertà ancora oggi, in tempi di omologazione e di crisi d’identità. Il Festival Labirinto è la creatura e la punta dell’iceberg del Gruppo della Creta, un luogo concepito nel 2016 dove albergano cultura e creatività, la caratteristica più manifesta di cooperativa di artisti, materia umana malleabile come la creta appunto.

Un vortice di storie quello di Generazione XX dove gravitano due strane coppie Linda e Giacomo, da una parte, la vecchia paralitica e il figlio obeso dall’altra. Interagiscono più o meno direttamente con due presenze ingombranti quella della politica rappresentata dagli onorevoli Romo e Meringuer e quella della televisione con Bianco “tutti i diritti riservati”. Unico canale e show televisivo, il Talent of Nation. Bianco come uno spettro costante, rumore bianco o white noise. Nero come una voce narrante che cerca di definire e misurare i segmenti di non-vita. Un grande vuoto, pesante come una zavorra, un non-luogo che è la nostra società con il suo delirio bulimico di hashtag, slogan di pubblicità, lavori part-time, ragion di stato, discoteche e cocktails, soldi e altro ancora. Una non dimensione dove i concetti di tempo e vita scorrono veloci, dove la moralità e l’immoralità si esplicitano con i paradossi. C’è sempre qualcuno che rischia di morire e qualcuno che muore sacrificandosi, ma quello che sembra un margine di libertà appare come una tecnica di persuasione occulta e ingannevole. Il resto lo spiega Anton Giulio Calenda che abbiamo raggiunto e intervistato.

Quali sono state le circostanze in cui si sono manifestate e sviluppate l’inclinazione alla scrittura e la dimensione di autore teatrale?

La mia è una famiglia di artisti, più precisamente di teatro. Mio padre è un regista, mia madre è un’attrice. Quando ero piccolo, vivevo con mia nonna perché i miei genitori lavoravano in giro per l’Italia, quando poi ritornavano mi portavano con loro. Diciamo che questa dimensione artistica è sempre stata presente nella mia vita. La cosa strana è che, a differenza di molti altri, non ho esordito fin da giovanissimo. Ho avuto un’educazione borghese, nel senso più bello, tranquilla. C’è stata una sorta di dicotomia, da una parte l’educazione e dall’altra il teatro che mi facevano vedere e conoscere i miei. Diventato grande, sono venuto a Roma da Riccione, dove sono nato, e da quel momento in poi ho iniziato a fare l’attore, prima negli spettacoli con mio padre.

Parallelamente portavo avanti gli studi, mi sono laureato in Scienze Politiche, e ho unito ciò che sentivo nelle lezioni universitarie con la scrittura per il teatro che è sorta, è sgorgata da sé . Avevo cominciato a comporre delle poesie, piccole cose. Volevo scrivere un romanzo, ma era troppo grande come impresa. Il tutto è confluito nel teatro. Diciamo che questi due binari alla fine si sono uniti e Generazione XX per me rappresenta questa unità: collegare il teatro con delle cose che non sono prettamente teatrali,che provengono dall’esterno. Esperienze vissute attraverso un mio percorso che è un po’ meno di quello canonico e di formazione teatrale tradizionale. Pur essendo figlio di artisti, non ho frequentato scuole o accademie. Ho voluto portare all’ennesima potenza l’essere un po’ “sgrammaticato”. Ciò credo raggiunga la sua apoteosi in questo spettacolo pop, un po’ irregolare, molto colorato e che va a picchiare sui temi a me più cari.

E le esperienze più significative?

Le esperienze più significative che mi fanno arrivare fino a Generazione XX sono state sicuramente l’ambiente della mia famiglia, i miei studi e anche il mio essere sempre tanto interno e molto esterno al Teatro. Ovviamente si tende ad odiare le assenze dei propri genitori e ad amare la vicinanza, le loro presenze. Da questa sorta di scissione è nata una cosa che è molto teatrale e al tempo stesso è anche l’antitesi stessa del Teatro. Paradossalmente è la prima cosa con cui sono riuscito ad esordire, ma è venuto fuori come un riassunto di quelle che sono state tutte queste tappe.

Quello che emerge da Generazione XX è un disagio generazionale, una proiezione verso il futuro compromessa dal peso ingombrante del passato, ma non si tratta forse di vivere in una sorta di eterno presente?

Sì è un ritratto esatto quello che stai evidenziando. Sento che in Italia soprattutto la crisi generazionale sia diventata più acuta oggi. Ho avuto modo di conoscere e visitare altri paesi che noi ignoriamo, come le Filippine, l’Indonesia, posti che noi ancora reputiamo “Terzo Mondo”. In realtà lì i giovani sono ottimisti, il tasso di disoccupazione è basso, sanno fare tante cose e sono imprenditori, anche nel piccolo. Ho voluto parlare degli anni ’70 perché secondo me se non si elaborano certe ferite, che sono diventate zavorre, il sistema politico e il dibattito in seno alla popolazione civile rimangono stagnanti, così come la cultura e l’arte.

Di conseguenza, se non ci riappacifichiamo, il futuro diventerà ancora più difficile. Vero è che l’Italia nasce da ferite, siamo stati gli ultimi in Europa a raggiungere l’unità, l’indipendenza ancora oggi è messa in dubbio, ci sono tante fratture tra Nord e Sud, tra Chiesa e Stato laico, abbiamo avuto un Partito Comunista e un Partito della Chiesa entrambi fortissimi, siamo uno dei paesi più peculiari in Europa però se questi argomenti continuano a rimanere slogan televisivi, se non c’è una discussione, un approfondimento è difficile guardare al futuro, è difficile crearsi un’identità. La crisi giovanile è infatti una crisi d’identità.

Il futuro rielaborato in termini di sviluppo tecnologico ha sacrificato l’estensione dell’umanità della cultura dell’arte?

In teatro c’è una specie di sfasatura da quando si scrive a quando si va in scena. Ho cominciato a scrivere Generazione XX circa tre anni fa, quando ero più piccolo. Avevo 23- 24 anni adesso vado per i 27. Un po’ la mia visione è cambiata, al tempo ero molto più nichilista, Adesso sono riuscito ad adeguare e ad avvicinare il concetto della tecnologia a un mio benessere più che a un malessere ideologico. Certamente siamo di fronte a degli scenari che da una parte sono inquietanti, ma dall’altra sono curiosissimi e vanno molto più avanti di quanto può fare il mio testo teatrale. Quando scrivevo non pensavo che le elezioni si sarebbero giocare, di lì a breve, solamente su Facebook. In questi giorni, in Cina hanno presentato il primo telegiornale con un anchorman robot, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e lì sono più avanti di noi. Al tempo ero molto pessimista e questo si vede tanto in Generazione XX.

Oggi serve una forte identità personale, come anche della società e della politica. Per governare certe cose e far sì che vadano a favore di tutti. Ogni grande innovazione ha causato benefici e problemi, a volte tragedie. La gente si lamentava dei treni, delle macchine e in entrambi i casi ci sono stati dei vantaggi per tutti. Pensiamo anche a quanto possa far discutere il nucleare. Che l’umanità sia un po’ schiacciata è vero. Le prime cose che noi conosciamo possono sembrare negative, in realtà ci sono anche molti aspetti positive, tutto sta a come vengono gestite. Quello che si vede nel nostro spettacolo è l’uso negativo, gli slogan, il rumore bianco che si sostituiscono al dibattito politico, al guardarsi negli occhi, al parlare.

É un tema di grande attualità quello sull’identità: individuale e personale da una parte, di gruppo e collettiva dall’altra. Quali sono le tue riflessioni a riguardo?

In Generazione XX è assolutamente presente questo, le due cose credo siano come un cerchio che si autoalimenta al suo interno. Noi formiamo la nostra identità in un gruppo e il gruppo è fatto di singole identità.. Oggi viviamo un momento dove, secondo me, si parla di identità in una maniera assolutamente sbagliata perché la si intende come una barriera, come un confine. Io trovo che l’uso che si fa dell’identità è paralitico, vuole rispolverare il vecchio sotto la maschera finta del nuovo. L’identità è fondamentale ma non dobbiamo aver paura di modificarla in qualsiasi momento, non deve essere intesa come un limite.

Anche perché in Italia spesso ci vantiamo di essere il paese più bello del mondo ed in effetti è vero perché abbiamo una penisola bellissima. Sarebbe giusto però assumersi, come dicono i politici di Generazione XX, non solo gli onori ma anche gli oneri. Quello che arriva al di là del mare non deve alimentare una paura. Credo che potremmo essere ancora molto più forti, più avanti, più vivi e anche più ottimisti se riuscissimo a capire che superare le nostre fobie significa cogliere un’opportunità. L’identità non viene Lesa, semmai accresciuta.

Quel cerchio di cui parlavo può trovarsi all’interno di noi stessi, all’interno della nostra società, di un continente. I problemi a cui noi facciamo riferimento non possono essere considerati come vediamo le cose in TV, come spettacoli, diventerebbero piccoli e parziali. Se la gente si sposta è perché innanzitutto sono esseri umani e in tutti i secoli è avvenuto così,ma succede anche perché noi abbiamo inquinato la Terra da molto prima di altri paesi e facciamo parte di alleanze – giustissime, non voglio fare quello che dice “No USA”- che hanno portato guerre, distrutto patrimoni giganteschi. Per il nostro benessere, abbiamo spesso sfruttato certi territori, certi paesi, la conseguenza di ciò è che oggi ci sono dei flussi migratori che sono diventati un fenomeno dalle vaste proporzioni.

Ovviamente, in un paese dove tutto funziona, questi esodi non spaventerebbero così tanto. Il nostro Paese, purtroppo, è molto complicato e la gente vede difficoltà dappertutto. Bisognerebbe con grande fatica, con grande calma, far capire alle persone che questo circolo può diventare da vizioso a virtuoso. Stare bene noi è fare stare bene gli altri. Ci sono degli esempi, Riace è un caso d’identità totale, accresciuta e non lesa, ma anche un esempio di buona politica. Uno sguardo al futuro, fatto sul campo, sul territorio, che fa star bene tutti e che non è fatto come uno slogan.

Quali sono state e sono le sinergie, lo scambio di esperienze e di contatti umani con la compagnia Gruppo della Creta e con il regista Alessandro Di Murro?

Ho conosciuto il Gruppo della Creta attraverso due esperienze. La prima è stata una sorta di antipasto, ci siamo trovati nel 2015 io e Alessandro Di Murro a lavorare nello stesso spettacolo. Era La Passione, con la regia di mio padre, già messo in scena varie volte. In quella occasione l’aveva ripreso, io facevo la parte di San Giovanni e lui San Pietro. Successivamente ci siamo un po’ persi di vista, io mi dovevo laureare e avevo scritto un testo di 200 pagine. La Compagnia mi invitava a vedere i loro spettacoli come nel caso di “Cassandra” o come con il Festival Labirinto grazie al quale sono diventati un po’ più conosciuti, soprattutto a Roma. Piano piano il nostro dialogo si è intensificato.

A un certo punto, ho proposto ad Alessandro di leggere il mio testo e lui, dopo una settimana, mi ha chiesto di incontrarci poiché aveva riscontrato un grosso potenziale. Mi aveva invitato però a tagliare alcune parti. Ho risposto di sì anche perché sono un tipo che è disponibile alla collaborazione e ai suggerimenti del regista.Ci siamo messi a lavorare facendolo diventare un testo più snello e teatrale, parliamo di un anno fa più o meno. Successivamente il gruppo della Creta si è riunito ed io ho saputo successivamente che al gruppo era piaciuto molto il copione di Generazione XX ed erano disposti a lavorare.

È stato molto gratificante, abbiamo cominciato a fare dapprima un laboratorio, successivamente sono iniziate le prove dello spettacolo. C’è stato anche il grande aiuto di Domenico Franchi che è un maestro riconosciuto, ma per noi è stato veramente un angelo. Lui ha costruito questa scenografia importantissima che risolve tutte le varie dinamiche del testo e, infine, abbiamo beneficiato dell’apporto di due attori esterni Giulia Fiume e Federico Le Pera che ha fatto le prime edizioni di Generazione XX e che è stato successivamente sostituito da Federico Galante. Sono stati molto bene con noi, si sono inseriti alla grande, abbiamo fatto una anteprima allo Spazio, la prima nazionale è stata al Festival di Todi , adesso siamo a Roma. É stato come una palla di neve che piano piano è diventata sempre più grande e speriamo cresca ancora di più. Uno spettacolo così, per la sua vastità, merita di stare fisso in un luogo. Questa è una cosa che accomuna non solo noi, ma anche tante altre compagnie, trovare cioè i luoghi adatti ad essere teatro.

Come proseguiranno a breve termine le tue attività di storytelling e il legame con il Teatro?

Per quanto riguarda l’attività teatrale, io sono un po’ atipico, nel senso che voglio fare tante cose, talmente tante che un giorno dovrebbe essere di 72 ore. Abbiamo in progetto con Alessandro un altro testo che è l’opposto di quello che è attualmente in scena, vogliamo concentrarci su una cosa più piccola, ovviamente folle anche questa, altrimenti noi ci potremmo annoiare, scritta sempre da me con Alessandro alla regia.Non sappiamo ancora quanti e se ci saranno degli attori, perché non prevede personaggi. Vogliamo fare qualcosa molto vicino a una performance, una mise en espace. Se tutto va bene dovrebbe vedere la luce tra febbraio e marzo, siamo proiettati verso quel periodo.

Ho scritto anche altri testi che prima di iniziare a Generazione XX pensavo fossero più facilmente spendibili. Poi, però, diciamo che il tempo e i fatti mi hanno smentito. Quello che è venuto alla luce prima è stato talmente grande che ha assorbito tutte le mie, le nostre energie. Per fare un mese di prove bisognava essere pronti un mese prima. Nel frattempo spero di conoscere tante più cose possibili, lavoro nei musei, per Zètema Progetto Cultura (ente strumentale di Roma Capitale NdR) al Foro di Cesare. Mi piacerebbe fare tanto altro a teatro, non mi vedo soltanto come autore. Non mi vedo ancora come regista forse perchè ho ancora l’ombra di papà che è ingombrante, mi piacerebbe portare avanti l’attività di attore.

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