Triennale Teatro dell’Arte. Intervista al curatore artistico Umberto Angelini

Umberto Angelini da gennaio 2017 è curatore artistico della Triennale Teatro dell’Arte. In pochissimo tempo è riuscito, grazie alla sua esperienza e, soprattutto, a un forte lavoro di squadra, a riaccendere i riflettori sul Teatro dell’Arte con una programmazione innovativa, indipendente, multidisciplinare e internazionale.

• Come prima domanda vorrei chiederti qual è la tua idea di teatro, cosa ti ha fatto pensare che il teatro fosse la tua strada e se l’innamoramento per questo lavoro è stato lento o folgorante.

Ho approcciato il teatro fin da ragazzo. Vengo da una città di provincia, Ascoli Piceno, e nei primi anni delle superiori, quando avevo quindi 15-16 anni, ho avuto la fortuna di vedere a teatro quello che in quel momento storico erano le avanguardie di allora: sto parlando, ad esempio, di Falso Movimento, La Gaia Scienza, Sosta Palmizi. Credo che non ci fosse una vera consapevolezza nel portare i ragazzi delle scuole a vedere quel tipo di spettacolo ma per me è stata una folgorazione perché per la prima volta ho avuto di fronte un teatro che non aveva bisogno della parola in maniera evidente ma parlava con il corpo. Era un teatro molto visivo e, per me, molto affascinante e soprattutto sorprendente: è stato un imprinting molto forte. Non mi piace il teatro d’intrattenimento e non mi piace il teatro dove la funzione dell’attore è un po’ autoreferenziale. Mi piace, invece, un teatro in grado di interagire anche con gli altri linguaggi.

Il teatro della metà degli anni ‘80 aveva un forte collegamento con le arti visive, con il fumetto, con la musica. La scena teatrale indipendente di allora era creativa e trasversale, era un mondo totalmente differente da quello di adesso. Oggi potremmo avere più consapevolezza e possibilità di trasversalità anche attraverso l’uso della rete, invece, questi mondi mi sembrano tornati in separazione. Quello che ho cercato di fare in questi anni con Uovo o al CRT alla fine degli anni ‘90 è stato il tentativo di superare qualsiasi tipo di barriera. Non amo chiudermi dentro confini disciplinari.

Umberto Angelini

• Sia la stagione di quest’anno che quella dello scorso rispecchia, infatti, questa tua visione.

La programmazione teatrale è un lavoro collettivo. Sono direttore artistico e ci metto la faccia ma in realtà è un lavoro che nasce dal confronto con le persone che mi stanno attorno e che lavorano con me. Ho la fortuna di collaborare con persone anche giovani che sono molto appassionati e hanno voglia di fare questo lavoro.

• Il festival dello scorso anno ha chiuso con bilancio assolutamente positivo con più di 20.000 presenze. È un dato decisamente confortante. Come si conquista il pubblico oggi?

Ho la fortuna di avere una splendida responsabile della promozione. Il lavoro che dobbiamo fare è certamente un lavoro molto lungo. Siamo molto contenti perché abbiamo raggiunto in un anno e mezzo degli obiettivi che non pensavamo di raggiungere in così breve tempo considerando che siamo arrivati in un teatro che negli ultimi anni non era più rintracciabile sulla mappa della scena teatrale milanese e di conseguenza è stata dura perché è stato un lavoro di semina e il tempo della semina e il tempo del raccolto non coincidono. Ci siamo dati un orizzonte molto lungo perché non significa solo rigenerare un teatro che si era spento ma significa anche cambiare le abitudini di un pubblico milanese che frequenta moltissimo i teatri ma non è abituato a vedere spettacoli internazionali. Al di là di alcune eccezioni teatrali milanesi, non c’è una continuità e un’abitudine nel vedere spettacoli in lingua.

Siamo contenti dei risultati che abbiamo raggiunto sia con la stagione sia con il festival, non bisogna dimenticare che, anche se siamo all’interno di una delle istituzioni più importanti milanesi e italiane, siamo comunque un teatro che lavora sulla scena indipendente e la maggior parte della nostra programmazione è fatta di nomi sconosciuti alla maggior parte dal pubblico anche se poi questi stessi nomi li troviamo nelle più importanti istituzioni internazionali. Abbiamo un pubblico soprattutto giovane e internazionale e questo per noi è un dato importante perché vuol dire crescere insieme ad un pubblico che cresce assieme a te.

• Parliamo ora della stagione alle porte. Qual è il filo che unisce gli spettacoli? E c’è una continuità con la stagione precedente?

Questa stagione è segnata da due aspetti: il primo è che in stagione saranno presentati alcuni tra gli artisti più grandi a livello mondiale e alcuni di questi ci hanno cercato per essere inseriti all’interno della stagione quindi metteremo a confronto la nuova generazione del pubblico con i maestri del teatro internazionale come Eugenio Barba, Romeo Castellucci, Jan Fabre. Poi c’è un altro aspetto a noi molto affine e poco praticato in città se non attraverso i festival: avere una stagione di danza, un’altra caratteristica del Teatro dell’Arte. Questo significa ragionare con continuità sulla programmazione di danza all’interno della stagione. E i protagonisti di questo filone sono: Saburo Teshigawara, Collettivo Cinetico, Alessandro Serra, Cristiana Morganti. Questo è entrare in una dimensione europea abituale dove una programmazione di danza ha la stessa identica dignità delle altre. Ci sono dei ritorni quest’anno, pensiamo ad Alessandro Serra che l’anno scorso ha avuto la consacrazione con Macbettu, spettacolo che è stato lanciato qui. Con Serra abbiamo fatto un progetto di ritorno che prevede di nuovo una settimana di Macbettu e un lavoro coreografico, L’ombra della sera, che testimonia l’eclettismo dell’autore.

• Chi sono tra le associazioni e i teatri italiani e internazionali i vostri ‘partners in crime’?

A Milano bbiamo assistito negli ultimi 20 anni ad una metodologia di lavoro di isolamento. Credo che questo non abbia senso. Ci sono delle realtà che delimitano un paesaggio e che permettono di pensare la città come una serie di nodi che consentono di costruire una rete di progettualità. Quando noi ragioniamo con il Teatro alla Scala su progetti di musica contemporanea o quando ospitiamo La Scala per tre settimane con una prova aperta, è un modo di mischiare i pubblici e le progettualità. Quest’anno faremo una giornata attorno a Schubert in cui con un biglietto del Teatro alla Scala si potrà avere una riduzione al Teatro dell’Arte e viceversa. Non è una cosa abituale ma secondo me è un segno molto significativo così come ragionare con il Piccolo su un progetto visionario il prossimo anno, oppure con il Franco Parenti pensare a degli scambi tra produzioni: lo facciamo perché pensiamo ci siano delle affinità, all’interno delle diversità, che vanno coltivate. E poi ci sono delle affinità naturali di tipo ideologico, progettuale, penso al lavoro con la Fondazione Feltrinelli, che vanno al di là del singolo spettacolo ma che rendono più forte il legame con la città e il rapporto con il pubblico.

Il pensarsi all’interno di una comunità cittadina in cui ogni istituzione fa il suo ma allo stesso tempo trovare dei territori di convergenza: secondo me questa è la vera grande novità che il Teatro dell’Arte ha portato nello scenario milanese. Fuori Milano, invece, abbiamo collaborazioni molto strette con il TFE a Torino, con il Metastasio di Prato, con lo Stabile del Veneto. Abbiamo coprodotto e coprodurremo con in Grec di Barcellona, il Pompidour, Kunstenfestivaldesarts per citarne alcuni.

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