Dell’incomunicabilità dell’essere. Intervista a Giacomo Sette, autore de “Il Pianeta”

 

Dopo il primo esito nell’aprile scorso presso Blue Desk in forma di lettura, dal 4 al 6 Ottobre 2018 Il Pianeta di Anonima Sette, co-prodotto da Blue Desk, approda nella versione spettacolare a Carrozzerie n.o.t, spazio nevralgico del teatro romano attorno al quale anche per questa stagione è stata costruita una struttura virtuosa di programmazione di eventi teatrali e di residenze produttive.

A partire dal romanzo Solaris di Stanislaw Lem, il regista e drammaturgo Giacomo Sette, prosegue la personale indagine, già affrontata in Arkady e in B/Ride , intorno alle dinamiche di immobilità e di incomunicabilità nei rapporti umani ed in particolare nella relazione fra uomo-donna. Nello scenario fantascientifico di una stazione spaziale sospesa sopra l’oceano del pianeta Solaris, tre scienziati si trovano di fronte alle rappresentazioni di figure umane generate dal pianeta stesso, fantasmi del passato con cui dover fare i conti. Uno degli scienziati, Kris, protagonista de Il Pianeta, dovrà ricostruire un rapporto con Harey, la ragazza che ha perso molti anni prima.

Abbiamo intervistato l’autore Giacomo Sette per esplorare il percorso di creazione artistica che dalla lettura appassionata del romanzo di Lem si è sviluppato nella produzione dello spettacolo “Il Pianeta”.

 

Solaris di Stanislaw Lem: dalla narrativa al teatro

Personalmente tutto ciò che c’è scritto in Solaris meriterebbe di essere riportato, però o fai una riproposizione integrale del romanzo per il teatro o invece segui il lumino di quella che è la tua urgenza. Ciò che mi colpì alla prima lettura di Solaris fu come gli scienziati bloccati nello spazio vivessero i rapporti umani attraverso le dinamiche di isolamento e di dolore provate. Nel romanzo ogni scienziato ha un fantasma del passato che il pianeta gli propone.

Ognuno di loro si vergogna di questo fantasma e si isola rispetto agli altri. Non c’è una dimensione solidale e collaborativa fra questi esseri umani per resistere a quella che sembra essere una violenza del pianeta alieno nel quale si trovano. Ma la cosa più importante è il rapporto di Kris Kelvin con il clone della sua compagna morta suicida, Harey che gli viene riproposta dal pianeta.

 

Come lui reagisce a questo evento mi ha colpito molto. Nel romanzo c’è tutta la confusione dello scienziato, un uomo iper-razionale abituato a ragionare coi numeri che si relaziona a quella che sembra essere la donna che ha sempre amato. Questa visione introspettiva piena di ragionamenti filosofici, molto astratta mi ha colpito moltissimo come lettore prima ancora che come drammaturgo. Mi ha commosso facendomi appassionare alla lettura. Io non ho capito fino in fondo il messaggio di Lem ma mi sono sentito Kris, perché mi sono accorto di quante volte io penso di aver capito le cose umane ma in realtà non ci ho capito niente.

A livello drammaturgico, il testo ha avuto molte stesure in virtù del confronto col co-produttore Simone Amendola e con Francesco Montagna e Maura Teofili di Carrozzerie n.o.t. Quindi è cambiato nel tempo ma ha mantenuto come radice la necessità di umanità nei rapporti e poi si è sviluppato anche nell’esigenza di riprendere quella sensibilità che c’è anche in Lem che scrisse Solaris nel 1956 nella Polonia comunista. A quei tempi i polacchi si sentivano controllati in ogni aspetto dai sovietici e Lem sottolinea questa mancanza di intimità e la traspone in parte nel romanzo. Inizialmente la drammaturgia è partita da un dialogo di Kris e Harey sulla loro relazione all’interno di una tessitura fantascientifica poi si è sviluppato il terzo personaggio deputato allo sviluppo della narrazione.

L’ambientazione fantascientifica e la direzione registica degli attori

Il discorso fantascientifico è partito in realtà dal confronto con Amendola che ci ha ospitati al Blue Desk per una lettura del testo nell’aprile scorso. Lui per primo mi ha invitato a far entrare la fantascienza in scena. La fantascienza è nata come gioco, come colore: portare tutti gli effetti speciali dello “sci-fi” cinematografico in teatro è molto difficile però una volta che hai dichiarato che stai parlando nello spazio in un pianeta alieno, cambia il patto col pubblico: nel senso che lo spettatore è portato a essere ancora più elastico dal punto di vista sensoriale e quindi puoi permetterti un uso della fantasia in scena che in una storia naturalistica non adotteresti.

Lo spazio di Carrozzerie n.o.t si presta molto bene all’ambientazione fantascientifica, con il pavimento bianco che favorisce un’immaginazione di quel tipo; in più usiamo moltissime luci led azionate dai personaggi. C’è un lavoro sorprendente su degli oggetti quotidiani anche molto semplici ma significativi come se fossero strumenti estranei venuti da un mondo futuro.

Abbiamo provato a vedere la fantascienza in una chiave onirica attraverso il sogno che ci precipita in situazioni che a raccontarle sembrano assurde ma non lo sono per niente. Storie personali che hanno significato e profondità. Abbiamo lavorato a livello scenico e scenografico sull’atmosfera che si portano dentro i protagonisti: piccole ossessioni e caratteristiche individuali che diventano elementi scenici. Allo stesso tempo con le luci, le musiche e i colori abbiamo cercato di ricreare l’atmosfera di una stazione di ricerca nello spazio gigante e desolato, pieno di uomini soli dove ognuno è chiuso nel suo piccolo mondo ed è in lotta con qualcosa che non capisce. Un’atmosfera, opprimente come nel romanzo, ma anche magica. Quindi dalla fantascienza abbiamo cercato di arrivare la magia.

Ho tradotto registicamente il problema dei protagonisti di entrare in comunicazione essendo tutti bloccati nei loro problemi, chiusi nei propri mondi. Continuando la mia ricerca sul tema dell’impossibilità del contatto diretto, ho immaginato sulla scena gli attori disposti su due binari diversi; essi, nonostante non si incontrino mai, parlano e si comportano come se fossero gli uni di fronte agli altri, come se ci fosse un contatto che in scena non si vede. Inoltre c’è tutta una narrazione al microfono con delle didascalie che raccontano ciò che in scena in realtà non avviene per sottolineare l’enorme freddezza nella quale sono incastrati i personaggi. Tutto è lasciato a come loro vivono questa difficoltà. È un lavoro sull’attore e sulla pulizia delle immagini.

Come si inserisce questo lavoro all’interno della tua ricerca artistica?

Prima de Il pianeta mi sono molto contenuto. Solo con l’ultimo spettacolo Il peccato ho cominciato a fare realmente quello che pensavo di voler fare: per cui questa è la prima volta che oso un po’ di più. Io sono fissato col discorso dell’immobilità umana, infatti con B/Ride ci sono i protagonisti che non si muovono mai, bloccati soprattutto a livello sociale. I miei spettacoli affrontano un lavoro di ricerca su questo tema: i personaggi cominciano la loro avventura in scena privati di ogni forma umana, per ora questa condizione la sto identificando nel movimento soprattutto perché teatralmente siamo nell’epoca delle contaminazioni col teatro-danza, quindi attraverso questa espressione artistica hai subito chiaro ciò che succede anche quando i corpi sono fermi. Vorrebbero aspirare a qualcosa ma non ci riescono, la grande difficoltà è nel dare movimento reale ai corpi. La mia ricerca va dall’immobilità al movimento non solo teatrale ma riconoscibile come reale, come quotidiano, come umano.

In Solaris le riproduzioni delle persone del passato rappresentano l’Altro per i personaggi che sono sul pianeta: in questo senso ho trattato teatralmente la riflessione sulle relazioni con l’Altro. Nello spettacolo ho insistito di più sulle emozioni dei protagonisti legate a queste immagini interne portatrici di ricordi e di dolori passati. Nel romanzo Kris è combattuto fra l’uccidere questa figura che torna e che lui ama tantissimo e il restare con lei. Nello spettacolo ho creato una spaccatura fra Kris che vorrebbe dare vita un rapporto vero con questa creatura e gli altri due scienziati che la rifiutano a prescindere in quanto estranea.

In generale, la nostra percezione è fondamentale per stabilire delle relazioni con gli altri: iI primo contatto con l’altro può essere straniante ma bisogna cercare un confronto, una dialettica propositiva con le persone. La paura dell’Altro porta a facili soluzioni, mentre la realtà è molto più complessa di come vogliono farci credere. In questo senso la ricerca di Anonima Sette parte dall’individuo e arriva al sociale.

Questa è una società malata e sta peggiorando sempre di più. Ciò che è successo al sindaco di Riace, a livello politico è grave quanto l’omicidio Matteotti. La situazione è gravissima e la cosa che mi terrorizza più di tutti e mi fa essere pessimista è il fatto che a molti di noi sta bene, siamo pronti sui social a commentare ma poi rimaniamo immobili, senza sentire l’urgenza di agire. Da quello che si legge sui social media ma anche quando ascolti i discorsi al bar, la sensazione è che ci siamo persi l’umanità per strada. Dieci anni fa un bambino che moriva in mare era una cosa molto grave e “sacra” come lo era la sepoltura del fratello Polinice per Antigone. Non serve una legge per sapere che cosa sia l’umanità e io penso che noi la stiamo perdendo.

Tutto quello che accade è una conseguenza coerente di questo. Soltanto a settembre c’è stato il 20% dei morti in più nel Mediterraneo perché abbiamo chiuso i porti ed è allucinante che nessuno si indigni per queste cose. Mi sembra chiaro che il rapporto con l’altro è difficile e conflittuale, però bisogna trovare una criticità vera nelle cose: andando avanti diventa tutto o bianco o nero soprattutto quando la realtà è molto complessa. La strage di semplificazione che stanno facendo sul senso delle cose ti obbliga a dover prendere delle posizioni senza problematicità: o sei con loro, o sei contro di loro, come col fascismo. D’altronde il raffreddamento totale di tutti i rapporti non può che portare al fascismo.

Anonima SetteBLUE DESK

presentano

IL PIANETA

scritto e diretto da Giacomo Sette
da Solaris di Stanislaw Lem
musiche originali di Luca Theos Boari Ortolani

con
Benedetta Rustici
Simone Caporossi
Ivano Conte

disegno luci
Luca Pastore
produzione creativa
Simone Amendola
assistente alla regia
Gemma Cossidente
comunicazione
Chiara Preziosa

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