AS-SAGGI DI DANZA #20 – Compagnia Abbondanza Bertoni, danzare il presagio

“Quando immaginavo il suo corpo libero dai vestiti, ai miei occhi apparivano immediatamente movimenti contorti, irrequieti, una torsione delle membra e una deformazione della spina dorsale, quali si potevano vedere nelle raffigurazioni dei martiri, e nei grotteschi spettacoli degli artisti di fiera”.

Robert Musil, ne I turbamenti del giovane Törless, descrive una corporeità scomposta, frammentata, deformata. Questi corpi, privi di ogni indumento, sono la materia su cui è stata scritta La Morte e la Fanciulla della storica compagnia Abbondanza Bertoni, spettacolo andato in scena al festival Fuori Programma al teatro Vascello sotto la direzione di Valentina Marini (Leggi l’intervista a Valentina Marini).

In questo lavoro i due coreografi ritraggono le rotture, le emotività graffianti e le asperità evocate da Egon Schiele in Morte e ragazza: la morte segna l’esistenza, è repulsione e attrazione, divide gli uomini fra un prima e un dopo ma al contempo li unisce. Le tre performer in scena (Eleonora Ciocchini, Valentina Dal Mas, Claudia Rossi Valli) colpiscono immediatamente il pubblico in un dialogo senza compromessi e senza esitazioni, forti di un senso di presenza fisica ormai difficile da riscontrare nei danzatori di ultima generazione. Il rapporto a tre è costruito in perfetta sintonia con la partitura musicale del quartetto di Schubert, in cui il Lied iniziale porta l’immagine della Morte come un’amica onnipresente. Si direbbe quasi che Michele Abbondanza e Antonella Bertoni abbiano costruito con concerto di corpi con la partitura in mano.

La nudità, insieme alla musica, è il tratto fondamentale dello spettacolo: è una nudità a cui lo spettatore viene introdotto, tramite una svestizione dichiarata ma eseguita dietro le quinte e testimoniata dal video, creando una continuità fra il palcoscenico e il mondo che vi è dietro. Lo spettatore si abitua a questi corpi, resi immateriali da un disegno luci tagliente e cromaticamente minimale, tanto che la nudità è essa stessa il tessuto su cui si racconta del turbamento e dell’angoscia provata. Oltre al palco orizzontale, vi è quello “verticale”, su cui vengono proiettati dei video ripresi con camera a mano, invadendo lo spazio fisico delle protagoniste. L’occhio digitale le disturba e le coglie di sorpresa e, nell’ultima parte dello spettacolo, si sovrappone in maniera perfettamente coordinata a quello che avviene live.

Sul libretto di sala – curato anch’esso sia nel formato che nella veste grafica – la danza viene definita dagli autori come “crepuscolare, colta, nelle nostre intenzioni, proprio nel suo attimo impermanente e transitorio”, richiamando immediatamente il “Perpetual vanishing point”, con cui Marcia B. Siegel, nel 1972, definisce questo linguaggio.

Le varie parti del quartetto, fra Lied e Allegro, Scherzo molto allegro e Presto, corrono parallele attraverso un alternarsi di caos, tranquillità e continui “sismi” dinamici che tengono la tensione sempre a un livello decisamente elevato. La danza evoca dimensioni simboliche e i corpi sono tratteggiati come furie che balzano tra la dimensione del reale e quella onirica, come nelle atmosfere simboliste di Böcklin. La forma pura del corpo si configura in perfetta sintonia con la musica, in un rapporto di astrazione della danza nell’idea classica di una rispondenza suono-movimento: gli autori non abbandonano il vocabolario grafico e tagliente di una certa danza d’antan, ma lo lasciano contaminare dalle personalità delle danzatrici. Cura del dettaglio periferico – dalle imposizioni delle mani all’uso delle chiome lunghissime – e sintonia negli insiemi indicano un cesello nel lavoro di prova e di costruzione drammaturgica difficilmente riscontrabile in altri spettacoli.

Lo spettacolo costruisce un dialogo progressivo con l’umanità, eredità di quel modo di fare coreografia difficile da attuare per una compagnia odierna: ovvero la creazione come esito di un processo di elaborazione lungo e paziente, continuamente messo in discussione e rivisitato, ma con la sicurezza di poter maneggiare una grande opera per raccontare il vivere odierno.

 

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