Intervista a Massimiliano Davoli e Riccardo Diana dell’Accademia Bordeaux di Roma

Si respirano emozioni e fermenti culturali in una scuola di recitazione romana: l’Accademia Bordeaux.

Nel cuore pulsante del quartiere Furio Camillo, che un’arteria antica come la via Appia attraversa congiungendo Roma a Brindisi, c’è una scuola dove non si insegna soltanto la tecnica dell’attore, ma si trasmette e si condivide l’esperienza professionale, la passione eccitante per la recitazione. Quello che è un gioco inebriante e meraviglioso, come sosteneva Marcello Mastroianni: “Recitare è quasi meglio che fare l’amore”. Un modello di bottega antica per il retail moderno.

L’Accademia Bordeaux è come il tuorlo sospeso nel guscio di un uovo chiamato Fonderia 900, un “laboratorio continuo di arti e mestieri dello spettacolo”. Varcato l’ingresso, oltre la porta metallica, una leggera pendenza conduce verso le sale e gli uffici, in uno spazio metafisico arredato a metà tra l’industrial e il minimal newyorkese. Sulla parete grande a destra sono appesi alcuni dischi circolari, due sono le rotelle enormi di un orologio, un simbolo di misurazione del tempo che scandisce ritmi e attività. In quell’aria rarefatta e condensata si possono riconoscere gli enzimi di emozioni e creatività, respirare particelle di umanità. Calore, sudore e tante prove su testi e copioni, una palestra di ricordi, limiti da superare e obiettivi da raggiungere, perché non ci si distacca da terra per innalzarsi in volo senza la spinta propulsiva di una corsa per niente facile e ordinaria. Proprio come quella piccola discesa che rende accelerato il passo di chiunque entri dentro l’Accademia Bordeaux.

È un caldo pomeriggio di giugno, quando avviene l’incontro con Massimiliano Davoli e Riccardo Diana, per un’intervista a distanza di poco più di una settimana dai due saggi finali “Dormono sulla collina” (primo anno) e “Closer” (secondo anno). Davoli è docente di recitazione cinematografica e direttore didattico della scuola, oltre ad essere attore e regista così come Diana che, invece, si occupa della direzione artistica della scuola e di altri progetti collegati ad essa. “Il corpo docente di Accademia Bordeaux -afferma Massimiliano Davoli- è costituito da attori o attori/ registi, nessuno fa l’insegnante di mestiere. Ci piace fare l’insegnante, ma nessuno vuole farlo a vita”.

L’occasione è propizia per chiedere ad entrambi qual è stato il loro bilancio personale e professionale sull’anno accademico 2017/18.

RD: Il bilancio di quest’anno è molto positivo perché abbiamo consolidato un’esperienza didattica piuttosto efficace come si è visto nello scatto finale della prova aperta, sia per il primo che per il secondo anno. C’è stato un cambiamento notevole degli allievi e un condensato di tutto ciò che è stato l’insegnamento dell’anno. Il gruppo degli allievi del primo anno ci sembrava estremamente eterogeneo nonostante noi avessimo selezionato le persone; dalla seconda parte dell’anno in poi il gruppo ha incominciato a rispondere in maniera molto positiva.

Questo è successo anche per il secondo anno che aveva già un bagaglio di conoscenze, ma non era riuscito ancora a trovare la sua giusta amalgama. Fare una scuola oggi è una cosa estremamente difficile perché da un lato si può andare nella banalizzazione della scuola, dall’altro invece si va in un campo sperimentale dove la ricerca si appoggia su una solidità, una concretezza professionale, lavorativa, materica del mestiere dell’attore.

Sperimentare significa spingere l’acceleratore. I nostri allievi si sono ritrovati con due proposte seriamente complicate per loro perché si potevano forse fare, data la complessità della materia, al sesto anno di una scuola, non al primo anno e non al secondo. L’antologia di Spoon River–Dormono sulla collina e Closer sono state due proposte assolutamente ardite, inedite e coraggiose per una scuola. La nostra tendenza è quella di essere estremamente contemporanei: dare le basi classiche di ciò che significa fare l’attore: voce, presenza, corporeità, fisicità…rimanendo però al passo con la realtà. L’allievo deve essere pronto ad uscire e ritornare in un mondo in cui non può fare il trombone dell’800.

MD: Nello specifico, nel bilancio dell’anno, il primo è un anno in cui si è lavorato più tecnicamente e i ragazzi hanno fatto passi da gigante: dal non saper parlare, camminare e muoversi in uno spazio scenico al saperlo fare. Il primo anno è quello in cui si acquista coscienza del corpo e della voce come strumento attoriale, dello studio del personaggio. È come mettere le basi, è un anno che ti mette anche un po’ in crisi. Nel primo anno impari a camminare, nel secondo inizi a correre. Quello che invece hanno raggiunto i ragazzi del secondo anno, dal mio punto di vista, è l’aver imparato ad avere una personalità da attore.

Noi stiamo cercando di far emergere le loro personalità, riuscire cioè ad essere, a vivere la scena, a mettere un carattere fuori dagli stereotipi, fuori dai meccanismi, cercare di lavorare sulle sfumature, imparare a mettersi a nudo con le proprie fragilità, imparare ad usare la persona anziché l’attore. Recitare non è imparare a diventare altro da sé, è usare quello che ognuno di noi ha dentro. Quello che stiamo cercando di fare come scuola è che loro siano non solo esecutori ma persone e attori con il quale i registi avranno il piacere di lavorare. Ho cercato di farli essere, vivere da personaggi, non solo interpretare.
Nel secondo anno abbiamo lavorato con le loro esperienze, c’è stato per esempio chi non ha vissuto l’esperienza di essere stato lasciato e allora in quel caso abbiamo ripiegato sull’abbandono, sulla paura…lavorare sempre su qualcosa che sia verità, ma non la verità naturalistica. Nella naturalezza avere la tecnica che ti permette di scegliere cosa mettere a fuoco senza essere scialbi né attori iper-tecnici.

RD: È quella che tecnicamente si chiama “recitazione di ascolto”, quella più complicata perché impone di recitare in relazione a quello che l’altro suggerisce e cambia mentre fa succedere le cose. Sul pentagramma prestabilito c’è la variazione.

MD: L’attore professionista è quello che sa usare entrambe le cose: le emozioni e la tecnica. Se vedi un film o uno spettacolo, perché vai in empatia? Per emozionarci dobbiamo vedere un essere umano. È vero che l’attore deve imparare tutta la tecnica del mondo però in scena vogliamo vedere esseri umani. Vogliamo emozionarci perché vogliamo riconoscerci.

Qual è il valore aggiunto di Accademia Bordeaux?

MD: Per insegnare qualcosa devi saperlo fare. Nel nostro caso, non è qualcosa che abbiamo fatto in passato, ma che stiamo ancora facendo. Significa essere dentro un contesto lavorativo con tre nostri allievi che faranno un film con Edoardo Pesce, un’opera seconda, selezionati dalla casting director Chiara Polizzi. La Polizzi, che lavora con Matteo Garrone e Alice Rohrwacher, è venuta da noi per fare un workshop. Un altro nostro allievo è andato a Cannes con Wim Wenders, il mio agente ha chiesto due ragazzi. La nostra è una scuola vicina al mondo del lavoro e noi insegniamo in modo molto pratico. È anche una scuola relativamente giovane con un Corpo Docente con un’età media di quarant’anni. Ognuno di noi insegna quello in cui si è specializzato negli anni. Io lavoro di più con la telecamera e faccio un tipo di recitazione più mentale, Daniele Pilli ha fatto tanto corpo, teatro danza. Così come Cristiana Vaccaro, Enrico Roccaforte e Leonardo Maddalena, tutti professionisti nel mondo del teatro, del cinema o della televisione. Da noi insegnano attori e attrici che sono frequentemente impegnati con prove e repliche a teatro o riprese sul set.

RD: Sicuramente il fatto che non c’è un grande divario generazionale con i docenti, aiuta ad immettere gli allievi naturalmente nel mondo del lavoro. Molti di loro hanno avuto la possibilità di rendersi conto di cosa significa il lavoro dell’attore, quindi ci sono varie caratteristiche per cui l’Accademia si pone in maniera differente rispetto ad altre scuole. La differenza sta nella qualità e credo anche nel modo in cui noi intendiamo fare scuola. Gli incontri che organizziamo con i grandi nomi sono finalizzati al “passare quella materia di cui vive” non curiosità o aneddoti divertenti.

MD: Tutti quelli che vengono da noi, lo fanno perché vogliono far parte di un progetto con una visione comune, Nell’approccio dei workshop c’è tanto del loro mettersi in gioco come persone. In molte scuole si insegna al gruppo, alla classe. Una caratteristica che noi abbiamo è che insegniamo “One to One”. Nello specifico significa scoprire chi sei, quali blocchi hai e quali sono i tuoi obiettivi. Lavorare col singolo, entrare in contatto individualmente prende tanto tempo ed energia. Attore e persona crescono insieme, è impensabile lavorare scindendoli. Ecco, questo noi lo facciamo tutti, ce ne facciamo carico, però, è una cosa bella perché ci arrivano risposte emozionanti che testimoniano il lavoro fatto con la persona e per la persona.
La fatica ti prende tempo, energia. A volte si entra in contrasto, però il fatto che in Accademia Bordeax si lavora tutti in questo modo è una qualità umana dell’insegnamento.

RD: È un modo comune di intendere l’insegnamento: è il fatto che ti trovi di fronte delle persone molto giovani, ancora in formazione e bisogna avere grande cautela e accortezza nel trattare una materia così, in questo senso bisogna stare con grande attenzione sulle persone. È un modo di intendere l’insegnamento come un percorso formativo non soltanto informativo L’informazione va bene, però contemporaneamente dobbiamo capire quali sono i motivi per cui quel determinato ragazzo non risponde, si blocca, ha difficoltà a trovare la sua giusta connotazione nel gruppo.

MD: Spesso i ragazzi sono fuori sede e noi docenti siamo parte del loro momento di crescita, non è come all’università noi li aiutiamo a far emergere le loro tendenze o rimuovere i loro blocchi per farli crescere come attori. Per Closer è capitato che io mi fermassi dopo le lezioni per superare incertezze, blocchi che a venti, ventidue anni è normale avere. Sono ragazzi andati via di casa da poco o che vivono ancora con i genitori e non sanno cosa vogliono fare o perché non riescono a fare determinate cose.

RD: Sono ragazzi che hanno una totale autonomia, però contemporaneamente hanno un’adolescenza abbastanza ritardata. Da una parte hanno venti volte in più l’esperienza che forse noi non avevamo alla loro età contemporaneamente però hanno tutta la parte affettiva e sentimentale totalmente in subbuglio e questo significa avere a che fare con un magma emotivo molto complesso. Il nostro valore aggiunto è una passione nell’insegnamento di cose che fanno parte della nostra realtà e noi le comunichiamo attraverso quello che facciamo. Massimiliano citava il fatto che abbiamo molti fuori sede. Ci sono persone che si muovono dalla Puglia, dalla Sicilia, dal Veneto, per venire a Roma a frequentare la nostra scuola. Perché chi viene da Gravina di Puglia piuttosto che da Campobasso ha fatto una scelta formativa per la sua vita e questo comporta aiuto alle famiglie nel trovare la locazione per i figli, essere un punto di riferimento per loro perché sono usciti da casa per la prima volta a 19 anni. Tutta una serie di cose che non sono così scontate, noi le facciamo perché c’è passione e attenzione e anche questo fa parte del gioco nell’insegnamento.

I due saggi finali (Dormono sulla collina e Closer) sono un punto di arrivo e di ripartenza, caratterizzati da una forza corale, da un’energia e una forza dirompenti. Che tipo di lavoro è stato realizzato prima e durante la loro messa in scena?

RD: I ragazzi hanno lavorato su una coralità che, in itinere, diventava individualità, come un coro da tragedia, visto la tematica affrontata nel saggio finale degli allievi del primo anno. Da quel coro emergevano i racconti individuali. All’inizio ho pensato e detto che Spoon River è molto difficile per chiunque, anche per un attore navigato, perché è una poesia alta che parla di cose difficili da trattare come i confini tra la vita è la morte. La scelta, però, è stata felice perché è stata allestita con leggerezza; c’era anche una certa alternanza tra la drammaticità e la comicità. Anche questo fa parte di un bagaglio che si voluto mettere in evidenza. Era uno spettacolo che faceva riflettere sul potenziale umano che non si è sviluppato perché è sopraggiunta la morte troppo presto; è anche un po’ una metafora sul nostro lavoro, se vogliamo. Molti potrebbero essere dei grandi attori e non lo diventeranno mai perché moriranno prima di nascere non riuscendo effettivamente a portare fuori cose come delle semplici emozioni o raccontarle.

MD: Gli allievi hanno tirato fuori la loro personalità attoriale acquistando sicurezza, creando un gruppo. In Spoon River l’energia di gruppo era molto importante e loro così hanno potuto mettere le fondamenta della loro attorialità. C’è stato un grande salto, una evoluzione nel passaggio verso la sicurezza, la consapevolezza e il lavoro di gruppo che è stato realizzato.
Closer molti lo conoscono come film, invece nasce ed è un testo teatrale. Abbiamo riportato le dinamiche emotive a noi, al qui ed ora. La gelosia è diventata un po’ più sanguigna perché a vent’anni ci si arrabbia e a quaranta la si affronta in modo diverso. Abbiamo cercato di riportare tutto ad una dimensione emotiva che fosse vera e riconoscibile. Attraverso quei personaggi abbiamo lavorato sul linguaggio senza cadere in quello che io chiamo “doppiaggese”. Uno stile linguistico americano, fatto proprio con la giusta qualità di pulizia, senza che ci fosse né troppo tecnicismo, né la naturalezza spicciola. È stato un pretesto per lavorare sul linguaggio, sulla verità in scena, sui bagagli emotivi: vederli per usarli. Nel secondo anno gli allievi fanno un click, un po’ come quando si impara l’inglese vivendo a Londra. C’è un momento in cui inizi a parlarlo, dopo due mesi che vivi e studi la grammatica là.

Abbiamo lavorato sull’improvvisazione, ho fatto in modo che ogni cosa nascesse da loro. Non è facile mettersi a nudo. Farlo davanti agli altri è difficile per tante inibizioni, ma mettersi a nudo davanti a se stessi, pieni di sovrastrutture come siamo, questa è la vera difficoltà. Quando ti liberi da tutto questo inizi anche ad avere il piacere di essere sporco, ad esplorare quelle che sono le tue paure e fragilità. Closer permetteva di lavorare anche su questo e uno spettacolo così non avrebbe senso farlo al primo anno. Il fatto di mettere in video qualcosa che fosse emotivamente in parallelo ha dato ai ragazzi la possibilità di lavorare anche con il cinema. Abbiamo fatto riprese con campo e controcampo realizzando uno spettacolo moderno, dove ci sono teatro e video insieme, sperimentando linguaggi diversi.

L’Accademia Bordeaux è strutturata in un triennio, durante i primi due anni si fanno lezioni con un’andata in scena finale. Il terzo anno è una particolarità della scuola perché è un’esperienza formativa e professionale. Ognuno segue un progetto che può essere uno spettacolo o un corto e gli insegnanti lavorano con gli allievi facendo due mesi di prove. In tutto si fanno quattro esperienze lavorative, ogni fine modulo c’è una prova aperta. Questo è utile perché si fanno esperienze di tipo professionale con professionisti del settore.

Agli insegnamenti di base ovvero Recitazione teatrale (Enrico Roccaforte), Recitazione cinematografica (Massimiliano Davoli), Educazione del corpo (Leonardo Maddalena), Voce e Dizione (Giada Prandi), Corpo e Movimento Scenico (Daniele Pilli), Recitazione e Improvvisazione (Cristiana Vaccaro), Canto (Lisa Angelillo) vengono affiancati dei workshop integrativi. Quest’anno sono stati realizzati uno sul metodo Linklater con Leonardo Gambardella, il massimo esperto in Italia, uno sul metodo Meisner con Francesco Scianna, uno sulla costruzione del personaggio con Michele Riondino e uno sul combattimento scenico con Massimiliano Cutrera che si è formato al Citis di Mosca e uno di preparazione al casting con Chiara Agnello. Anche il prossimo anno ci sarà Chiara Polizzi, una delle casting director più importanti del cinema d’autore italiano. Sono attive anche delle collaborazioni e degli scambi con altre scuole di Roma come ad esempio Sentieri Selvaggi e Artithesi, una scuola di Digital Art.

Per il futuro, che è sempre un ponte sul passato, Riccardo Diana rivela che: “Il rapporto tra passato futuro è molto stretto. L’Accademia ha una fase ascendente da quattro anni, siamo una scuola di nicchia. Lavorando molto sulla qualità è chiaro che non possiamo essere e, probabilmente, non vogliamo neanche essere Broadway. Però vorrei che nel futuro la scuola si connettesse sempre di più ad un progetto più produttivo, pensando a qualcosa di produttivo per i nostri allievi. Produzioni che possono far parte della scuola o essere presentate anche all’esterno. Questo non significa ‘produrre cose con ragazzi perché costano poco’. Loro devono essere una funzione dirompente, scardinante. Abbiamo diverse possibilità, tra cui una compagnia teatrale, però l’idea sarebbe quella di traghettare sempre di più verso un inserimento reale nel mondo del lavoro, sicuramente quelli più capaci più strutturati e più giusti per questo mestiere”. O gioco meraviglioso, come lo chiamava Mastroianni.

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