THEATROPEDIA #12 – INTERVISTE ELUCUBRATE: GOLDONI

È il 14 luglio del 1790, siamo in cammino in una calda giornata d’estate e tra un olezzo di fogna e profumo d’acqua di colonia, d’un tratto, girando l’angolo, si apre alla nostra vista uno spazio immenso. È un verde giardino chiamato Campo di Marte, sono a Parigi! Il popolo sta festeggiando i reali, strano perché lo stesso popolo li voleva al rogo proprio pochi giorni fa. Festeggiano perché pare abbiano accettato la nuova costituzione repubblicana. Col senno di poi – che mi contraddistingue – so bene che si illudono. Certo ora vi starete chiedendo che cosa facciamo a Parigi se il nostro compito è quello di studiare il teatro?

Siamo qui per un’intervista elucubrata. Son passati due anni da quando siamo giunti nella capitale francese, ci hanno segnalato che dalle parti di Campo di Marte vive uno stravagante signore. Chi è? Uno dei massimi esponenti del teatro, il riformatore dello stesso, il veneto Carlo Goldoni. Dopo una vita di successi e, dobbiamo dire, di critiche feroci, Carlo Goldoni è in uno stato indecoroso e la causa di questa situazione è proprio la rivoluzione francese. Siccome però sembra di scorgerlo, non andiamo oltre e chiediamo di rilasciarci un’intervista.

 

THE:      Scusate, possiamo chiedervi una cosa?

GOL:      Dite.

THE:      Voi vi chiamate Carlo?

GOL:      Carlo Osvaldo Goldoni, per l’esattezza.

THE:      Allora è lei che cercavamo.

GOL:      Cercavamo… io vedo solo voi, plurale maiestatis?

THE:      Siamo, perché voi vedete solo me, ma ci sono molti altri. Siamo quelli di Theatron 2.0, degli appassionati di teatro, veniamo dagli anni 2010 e avremmo piacere di domandarvi delle cose attinenti al suo mestiere.

GOL:      Voi volete davvero farmi credere che siete degli anni 2010?

THE:      Certo. Conosciamo tutto di lei: Il Momolo Cortesan, La Locandiera, La famiglia dell’antiquario, Il Campiello

GOL:      Di grazia, son cose che conoscono anche quelli del millesettecento, non credete? Lasciate che io vi dimandi. (Gli indica tre dita) Quante sono queste?

THE:      Tre.

GOL:      Non avete detto: “dipende”. Siete proprio di quegli anni. Beh, posso essere già soddisfatto perché non credo di arrivare ai vostri anni, per la verità non so nemmeno se arriverò a domani.

THE:      Effettivamente vi troviamo un po’… come dire… ridotto male, non ce l’aspettavamo. Eppure noi sappiamo che voi siete in Francia per conto del re, vivete a Parigi da anni perché possiate dirigere la comédie italienne, non dovreste passarvela male.

GOL:      Ho la pensione, se non me la revocano. Quando si è alle dipendenze di un capo, se al capo gli tagliano il capo, tagliano il capo anche a chi lo segue in coda. Ed io sono la coda.

THE:      Capiamo. Noi siamo venuti fin qui perché siam curiosi di sentirvi parlare della vostra riforma.

GOL:      Riforma? Quale riforma?

THE:      Scusate, quella che noi chiameremo riforma goldoniana. Voi avete rivoluzionato per sempre il teatro, grazie a voi, noi possiamo recitare su copioni con battute definite per intero, senza canovacci.

GOL:      Volete dirmi che tutti gli improperi che mi sono preso da parte di cardinali scrittori, da avvocati attori, saranno valsi a qualcosa nel futuro?

THE:      Beh, sì.

GOL:      Volete dirmi che lì da voi adesso ci sono autori prolifici, artisti che guadagnano con il loro solo mestiere, volete dirmi che adesso nei vostri anni il teatro è diventato un lavoro accettato?

THE:      Beh, no.

GOL:      E allora? Sapete cosa ho dovuto sopportare io? L’onta del mercenario, dell’essere rozzo. E perché? Perché avrei reso la letteratura cosa insulsa da pagare. Evidentemente per i piu’ le cose per cui vivere debbono essere insulse e inutili, non si deve pagare il diletto, la felicita’, la bellezza… che tristezza. “Era meglio che tu facessi l’avvocato”, mi diceva l’abate Pietro Chiari mentr’ei potea invece scrivere perché la letteratura non gli avrebbe dato il pane, in quanto il pane glielo dava la chiesa, il buon pane quotidiano di un abate.

THE:      Visto che lo avete tirato in ballo voi, devo ricordarvi per nostro dovere di cronisti interessati che non era il solo, il fatto che voi aveste disconosciuto la Commedia dell’Arte non andò a genio nemmeno a un autore che lei ben conosce, il suo collega Carlo Gozzi.

GOL.:     Sì, conosco lo scrittore Gozzi, quei che scrive fiabette all’uso antico, anch’ei può scrivere, perché vive della sua nobiltà. Un altro che dispensava consigli: “avresti dovuto seguire i tuoi studi da medico e poi con i soldi dell’arte nobile  ti saresti guadagnato il diritto dilettevole dello scrivere.

Sentite. Io non mi sono mai soffermato al già dato e al già detto, non ho mai pensato che tutto fosse già esistito, per parlare delle loro “opere” ho dovute leggerle. Le parodie dell’abate, che pensava di rendere i miei copioni da immorali a etici, restano parodie della sua istessa idea. Le fiabe che il conte Gozzi ha scritto così estremamente finte e lontane dal vero, solo per indurre il pubblico a pensare che la realtà in teatro non è cosa buona, hanno fatto un grosso buco nell’acqua e voi ne siete la testimonianza vivente.

THE.:     Diciamo la verità, il fatto che nelle vostre commedie sono scomparsi: il linguaggio barocco e stilizzato, le maschere, i personaggi fissi e stereotipati, le censure di alcuni comportamenti scabrosi per l”epoca, doveva farvi immaginare che qualcosa avreste provocato, quanto meno il disappunto. Voi ne eravate cosciente, vero?

GOL.:     Ero semplicemente stanco di vedere in scena l’ovvio, le cose che già sapevo che sarebbero accadute. Tutte le cose così lontane dalla mia esperienza di vita non mi interessavano e non sorprendevano nemmeno più il pubblico. La commedia dell’Arte aveva stancato. Credetemi.

THE.:     Vi crediamo.

GOL.:     Se la gente parla allo stesso momento nello stesso luogo, in tre, in quattro, perché non può farlo anche in una scena in cui si rappresentano azioni umane. Siamo o no nel secolo dei lumi?

THE.:     Volete dire che quindi i letterati che si opposero al vostro teatro fossero lumi spenti.

GOL.:     (Ride) Sono stantii, “coloro che amano tutto all’antica, ed odiano le novità, assolutamente parmi che si potrebbero paragonare a que’ medici, che non volessero nelle febbri periodiche far uso della chinchina per questa sola ragione, che Ippocrate e Galeno non l’hanno adoperata”.

THE.:     (Sorride) Ci viene da farvi una domanda molto in voga nella nostra epoca: tornasse indietro rifarebbe quello che ha fatto?

GOL.:     Era necessario per me e quindi per quelli come me. Per interessare c’era bisogno, come c’è bisogno tuttora, che il teatro prenda spunti, riferimenti, dalla quotidianità, attinga e alludi ad azioni verosimili. Se voglio attentare alla curiosità del pubblico c’è bisogno di un connubio di naturalezza e garbo per generare nel cuore dello spettatore quel tal dilettevole solletico che nasce nell’aver riconosciuto come propri i comportamenti descritti senza offendere.

THE.:     Ricordiamo questa cosa dagli studi delle medie.

GOL.:     Studi delle medie?

THE.:     Noi vi studiamo sapete? Studiamo la vostra concezione del teatro/mondo che deve essere più umano e più vero, propedeutico con un mondo di valori positivi al quale il pubblico può e deve ispirarsi. Voi avete analizzato la societa’, dipingendola con realismo mettendo in ridicolo la vecchia aristocrazia per la sua arroganza, mostrando sì la classe emergente della borghesia intelligente e intraprendente ma anche, allo stesso tempo, avida e opportunista, descrivendo il popolo come rozzo ma anche operoso e pieno di virtù familiari e istintivamente di buon senso.

GOL.:     E pensare che negli ultimi di tempi si parla di me solo in qualche libretto di poco conto e nella fiaba Fata Morgana del conte, avete letto come mi camuffa nel mago Celio?

THE.:     Sì voi che contrastate la Fata Morgana, allusione dell’abate Chiari.

GOL.:     Dite?

THE.:     Ma come, vi è sfuggito questo particolare?

GOL.:     Per ischerzo.

THE.:     Eppure vedete loro che erano il già dato, il sicuro, sono meno noti di voi.

GOL.:     Mi dicevano fosse fortuna. Ma la fortuna, ho sempre pensato che sia di chi se la sa meritare. Per questo penso che siano davvero sfortunati.

THE.:     Gia. È stato davvero simpatico e dilettevole conversare con voi. Di solito noi chiudiamo con un messaggio ai posteri. Noi in questo momento siamo i suoi posteri, cosa ci direbbe? Quale messaggio ci invierebbe?

GOL.:   Il mondo è un bel libro, ma poco serve a chi non sa leggere. Leggete sempre tutto quello che è davvero intorno a voi. Del vostro futuro invidio molto la vostra libertà ma in altrettanto modo non mi piace la vostra apatia di fronte alle opportunità che questa libertà potrebbe darvi. Non imprigionatevi, liberatevi nella vostra libertà!

 

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