Incognito di Nick Payne al Teatro della Cometa: intervista ad Andrea Trovato e Giulio Forges Davanzati Articolo di Roberto Staglianò

Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti INCOGNITO di Nick Payne Regia Andrea TrovatoCi può essere un inizio sempre nuovo e diverso, anche per la stessa storia che si è deciso di raccontare. Basta cambiare il punto di vista dei personaggi, sfogliare tra le loro emozioni, selezionare gli obiettivi tra i ricordi di chi riferisce, di volta in volta, quei fatti. Ogni storia è un corpo di parole pensate e selezionate, scritte o recitate. Esse sono anche il risultato di quell’attività capillare di impulsi elettrici caratteristici delle cellule nervose. Di sinapsi tra neuroni, con una caratteristica affascinante: il flusso passivo di corrente attraversa la gap junction e ciò avviene con una velocità di trasmissione estrema. Sincronizzando l’attività elettrica tra varie popolazioni di neuroni, viene innescata la massima secrezione di ormoni nel circolo sanguigno. Ogni storia può avere sviluppi che si intrecciano o si sovrappongono e finali che, forse, allentano qualche nodo della storia, ma contemporaneamente ne fanno venire uno alla gola, per un momento di commovente bellezza.

Incognito di Nick Payne è un’opera che merita di essere chiamata cerebrale in quanto indaga i misteri del cervello, un organo che viene usato anche per completare una frase, per coglierne il senso e il concetto che essa contiene e vuole esprimere. Un verso di un componimento può essere energia espansa nella stessa misura in cui i meccanismi elettrici dei neuroni possono propagare l’incanto o la drammaticità dei segreti che la scienza cerca di risolvere.

Nick Payne spiega: “Il cervello è una macchina di narrazione” alla disperata ricerca di significato. Al centro di Incognito non c’è solo il cervello di Albert Einstein, ma quello di tutti gli uomini . È un’opera multistrato sui capricci della memoria, sul potere dell’immaginazione. Il suo impatto, la sua caratteristica sono le visioni vertiginose che offre del nostro mondo interiore, spesso torbido e impenetrabile. Payne chiarisce che scienza e sentimento non devono necessariamente escludersi a vicenda.

I ventuno personaggi della sceneggiatura sono interpretati da un gruppo eccezionale di quattro attori che si muovono elasticamente assumendo le loro identità. Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati e Désirée Giorgetti sono diretti da Andrea Trovato che cura la regia in linea con lo stile minimale di Payne. Il regista e il cast differenziano i vari personaggi con poco più di un cambio di postura, di tono della voce, di comportamento. Ridurre tutto questo all’essenziale non significa affatto che sia facile per un attore che deve interpretare così tanti personaggi, ma è un minimo che si traduce in massima resa.

Tre sono le diverse narrazioni intrecciate, una di queste riguarda Thomas Stoltz Harvey. Il patologo che ricevendo l’incarico di fare l’autopsia al cadavere di Albert Einstein, ruba il suo cervello con l’intenzione di studiarlo, senza scoprire nulla di valore. L’altro caso è basato su Henry Molaison, noto come Patient HM, a cui sono state rimosse parti del cervello per curare le sue crisi epilettiche. Perdendo la capacità di memoria a lungo termine per decenni è stato esaminato da neuroscienziati. Si presenta come un uomo scrupolosamente educato, che attende con ansia il ritorno della moglie decenni dopo che lei lo aveva lasciato.

La terza storia riguarda la relazione tra Martha e Patricia. Neuropsicologa la prima, avvocatessa la seconda. Si incontrano attraverso una rubrica di cuori solitari, ma Martha trascura di dire che è sposata da ventun anni e ha un figlio adulto; non solo inganna Patricia (o almeno non le dice tutta la verità), ma mette anche in pausa la sua coscienza.

Così pochi incarnano così tanti ed è giusto così dal momento che per Payne è implicito che, sotto il cranio, siamo tutti simili. Questo permette al pubblico di identificarsi con tutti questi personaggi. La preoccupazione maggiore di Payne è di come i ricordi e le soluzioni mentali aiutano a creare il senso di sé di un individuo. I nostri caratteri sono qualcosa di intrinseco o sono semplicemente un insieme di pensieri e di ricordi? Se smontiamo quei ricordi o riceviamo e aggiungiamo nuove informazioni che sconvolgono la nostra identità stabile, chi diventiamo?

Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti INCOGNITO di Nick Payne Regia Andrea Trovato

Ufficialmente tutto ebbe inizio nel 2007 quando Andrea Trovato, Giulio Forges Davanzati e Stefano Vona Bianchini fondarono Carmentalia, un’associazione che promuove la cultura con un’attenzione speciale verso la nuova drammaturgia e i giovani artisti.  Un secondo inizio potrebbe anche essere rintracciato tornando indietro nel tempo di qualche anno prima. Stefano, Andrea e Giulio si erano già conosciuti, annusati, incontrati nell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, diplomandosi successivamente come attori. Giulio Forges Davanzati – che in Incognito interpreta Henry Maison – è un attore di talento che non ha compromesso la sua umanità e la sua simpatia.  L’inizio numero tre, spostandosi in avanti nel futuro, è l’indimenticabile primavera del 2016. Andrea Trovato vince il premio “Franco Molè” come migliore attore, trasferendosi per un soggiorno momentaneo a New York. Lì ci sarebbe stato il contatto magico con Incognito, l’opera di Nick Payne, di cui sarebbe stato nel 2018 il regista in Italia. Avrebbe scoperto che quello che accade per caso in fondo è esattamente la cosa migliore che possa capitare in quel preciso momento, quando i nostri occhi sono pronti per vedere, i nostri sentimenti lo strumento migliore per superare ogni ostacolo o fatica e il cervello coordina tutta la nostra linfa vitale.  Con ben tre diversi inizi, è bene che il resto della storia venga affidato direttamente alle parole delle interviste con Giulio e Andrea, i principali artefici di Incognito, quelli con gli occhi appassionati, la curiosità innata, il talento e la voce gentile.

Qual è stata la genesi dello spettacolo?

Giulio Forges Davanzati
Giulio Forges Davanzati

Di base è nato tutto quando Andrea Trovato, il regista di Incognito, ha vinto un premio come miglior attore che prevedeva un periodo presso la MaMa Theatre di New York. Durante questo periodo lui ha avuto modo di vedere alcuni spettacoli tra i quali Incognito al Manhattan Theatre Club. È impazzito per il testo, vedendo il tipo di messinscena e pensando che fosse possibile applicarla anche agli standard italiani. Chiaramente ha fatto anche un discorso che produttivamente potesse essere abbordabile per i teatri italiani. Il gioco di Incognito è fatto da quattro attori che interpretano ventuno personaggi, un lavoro principalmente basato sull’attorialità. Andrea è tornato in Italia dopo aver cominciato a praticare il buddismo “Nam myoho renge kyo”. Adesso metà compagnia pratica il buddismo. Da lì ha cominciato a fare questa esperienza sulla base di una pratica che dice che il potenziale di tutto quello che puoi fare è dentro la tua vita. Ci siamo basati sul fatto che proprio i momenti in cui non ce la fai sono i momenti più importanti. E quindi abbiamo spinto per cercare di concretizzare al meglio un’esperienza che è durata più o meno due anni.

Qual è stato il lavoro di ricerca (voce, corpo, movimento) per la definizione dei personaggi che hai interpretato?

Di base è nato tutto quando Andrea Trovato, il regista di Incognito, ha vinto un premio come miglior attore che prevedeva un periodo presso la MaMa Theatre di New York. Durante questo periodo lui ha avuto modo di vedere alcuni spettacoli tra i quali Incognito al Manhattan Theatre Club. È impazzito per il testo, vedendo il tipo di messinscena e pensando che fosse possibile applicarla anche agli standard italiani. Chiaramente ha fatto anche un discorso che produttivamente potesse essere abbordabile per i teatri italiani. Il gioco di Incognito è fatto da quattro attori che interpretano ventuno personaggi, un lavoro principalmente basato sull’attorialità. Andrea è tornato in Italia dopo aver cominciato a praticare il buddismo “Nam myoho renge kyo”. Adesso metà compagnia pratica il buddismo. Da lì ha cominciato a fare questa esperienza sulla base di una pratica che dice che il potenziale di tutto quello che puoi fare è dentro la tua vita. Ci siamo basati sul fatto che proprio i momenti in cui non ce la fai sono i momenti più importanti. E quindi abbiamo spinto per cercare di concretizzare al meglio un’esperienza che è durata più o meno due anni.

Qual è stato il vostro contributo rispetto agli allestimenti di Londra o New York?

Il testo è rimasto inalterato anche perché a livello di adattamento e traduzione non potevamo cambiare molto. In incognito non si poteva fare un adattamento perché si parla di fatti storici, di persone realmente esistite e aveva poco senso adattare quel gioco di linguaggi alla nostra realtà, all’Italia. Noi ci abbiamo provato asciugando cioè cercando di rendere il testo più quotidiano possibile, lasciandolo così come è, sicuramente non calcando sugli slang, sugli accenti. Per esempio nella messa in scena di New York gli attori facevano un grandissimo lavoro con il Dialect coach, perché lì si parla del Kansas degli anni 50 o della Londra del 2013 e degli anni ‘50, cambiando il tipo di dialetto, di cadenza, il tipo di linguaggio che ogni personaggio ha. Non potendo farlo nello stesso modo, noi abbiamo affrontato il testo rendendolo tutto in italiano, senza l’uso dei dialetti e degli accenti. Non è tanto interessante capire che siamo negli anni 50, nel Kansas piuttosto che in Inghilterra, quanto la successione temporale che si scombina. C’è sempre un continuum perché in realtà il tempo è relativo, come il nostro Einstein ci dice. Questa cosa si avverte e in realtà siamo stati molto fedeli a quello che è Il testo originale e alla sua messinscena. Chiaramente non potevamo calcare sui dialetti perché non avrebbe avuto senso.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante il percorso, cosa è cambiato in te durante i mesi di preparazione e di lavoro?

In ogni momento, da quando faticava ad apparire un produttore a quando ci trovavamo in difficoltà per come e in che modo affrontare i personaggi di Incognito, recitavamo il Nam mioho renge kyo ed emergeva una fiducia incontrastata. Ci sono stati momenti di grande difficoltà e dubbio, ma a conti fatti ci siamo ritrovati e si è armonizzato tutto Abbiamo trovato una produzione che ci ha sostenuto, delle persone che ci hanno supportato attraverso il crowdfunding, fidandosi dell’entusiasmo di un gruppo di giovani attori che volevano fare una cosa.  C’’è stata una grande protezione intorno a noi ed è stato bellissimo.

Smontare i ricordi o assemblare nuove informazioni? Incognito va in una direzione o verso entrambe?

In realtà Incognito ti fa vedere che c’è una parte più profonda, il testo l’ha scritto un autore inglese e gli inglesi sono maestri. E un testo molto freddo che parla proprio della mente ed è geniale perché ti fa vedere che oltre a questo c’è qualcosa di molto più profondo che comunica, al di là della mente. Ti mostra che cosa succede se vengono dimenticate quelle che sono le nostre esperienze, le persone che abbiamo amato. Se io dimentico tutto.  La provocazione è quello che viene detto: “non sei nessuno”. In realtà non è così, il testo ti fa vedere che c’è una vita che comunica al di là di quelle che sono state le nostre esperienze, ma anche che noi siamo degli esseri umani che hanno un enorme valore solo perché esistiamo. Le nostre esperienze formano quello che il buddismo chiama Karma o il nostro carattere che però è solo una piccola parte di noi.

Facendo riferimento alla tua memoria e al tuo percorso artistico, cosa ha mosso e cosa muove ancora la tua curiosità come attore e interprete di cinema e di teatro?

I progetti in cui vedo che c’è voglia di sfidarsi con persone che hanno il coraggio di farlo. Credo che sia molto raro oggi anche perché spesso ci viene richiesto soprattutto qui, nella nostra realtà, di fare cose già viste e già dette. È un po’ come se ognuno di noi si dovesse adattare a un certo modo di fare le cose, a un certo modo di scrivere, di raccontare storie, come se ci fosse un codice al quale ci dobbiamo adeguare Per esempio io lo vedo molto anche in un settore che a me piace tanto, la musica. Spesso le proposte musicali sono qualcosa di già sentito, che già c’è e la difficoltà è proprio riuscire a trovare qualcosa di veramente nuovo. Paradossalmente l’Italia è un paese dove siamo artisti per nascita. Per rispondere alla tua domanda a me piacciono moltissimo i progetti In cui vedo che ci si sfida a tirar fuori quello che non esiste, quello che non c’è. In uno degli Studi di Incognito siamo andati alla mostra Gravity al Maxxi, l’universo dopo Einstein, dove c’è tutta una sezione dedicata alla crisi.  Anche il buddismo parla di questo concetto della crisi esposto da Einstein, un momento importantissimo in cui tutto quello che è stato detto prima, tutto quello che era convinzione crolla. Quindi è come se tutto quello che è successo prima non valesse più niente e sei obbligato per necessità a inventare qualcosa di nuovo. Questo secondo me crea delle condizioni pazzesche per generare una nuova onda. A me piacciono i progetti dove sento questo movimento Creare qualcosa che non è stato fatto, non è stato detto. E ci vuole un coraggio pazzesco perché la cosa più naturale è fare qualcosa che piace alla gente. Io per esempio sono dipendente dal giudizio degli altri. Se tu mi dici:”Il tuo lavoro  non mi piace” sto male una settimana, oppure devo recitare ‘Nam myoho renge kyo’ perché sono dipendente da quello che pensi anche se non ci conosciamo. Penso: “Oddio questa persona non mi vuole bene”. Tendenzialmente sto male, invece ci vuole un sacco di coraggio, non dico a fregarsene degli altri perché comunque facciamo tutti un lavoro che è sempre dipendente da quello che gli altri pensano. Però ci deve essere sempre una parte di noi che è indipendente da quello che l’altro potrebbe pensare. Io vado nella mia direzione con l’idea di riferirmi a qualcuno che deve capire quello che dico, cercando però un’originalità, cioè chi sono io, esprimendomi al cento per cento. Mi piacciono lavori che sono coraggiosi in questo senso.

Risponde Andrea Trovato:

Sei stato tu a scegliere Incognito o è stato Incognito a scoprire te? Cosa ha suscitato in te l’opera di Nick Payne?

Andrea Trovato
Andrea Trovato

Ti dirò molto banalmente tutte e due le cose È vero che io ho scelto Incognito, ma è anche vero che sono stato scelto da Incognito e ti spiego subito perché. Mi trovavo lì a New York, ho assistito a questo spettacolo perché in Italia avevo visto Costellazioni e mi era piaciuto molto il la scrittura di Nick Payne. Notando che c’era questo spettacolo in scena ho deciso di andare a vederlo. In lingua inglese e facendo molto uso dei dialetti, diciamo che non ho colto il 100% del testo, non ho avuto una percezione totale del testo. Per cui c’è stata una componente, come dire, mistica che ha interagito affinché io mi innamorassi di Incognito, agevolata anche dal fatto che lì a New York è una cosa abbastanza normale uscire dal teatro, cercare e trovare il testo di quello che hai visto perché è già stato pubblicato, perché ci sono librerie specializzate che vendono esclusivamente testi teatrali e cinematografici E trovi tutto, specialmente quello che già c’è in scena, io ho vissuto l’esperienza di uscire dal teatro e comprare il testo subito dopo. In Italia è più difficile fare questo.L’ho comprato proprio perché volevo capirci di più, per approfondire e ho cominciato a tradurlo lì. Mi sono appassionato e ho pensato che questa cosa poteva essere fatta in Italia e da lì è iniziata l’avventura. Io ho cercato Incognito ma anche Incognito ha cercato me. Ci credo a queste casualità, come quando entri in una libreria per esempio e ti cade il libro addosso. Ci sarà un significato è il significato è che nulla accade per caso.

Come hai avviato e realizzato il lavoro di regia? Come è stato formato il cast e che tipo di interazione c’è stata successivamente?

Ero andato a New York e stavo cercando un testo per me da studiare come attore, il classico pezzo da valigia da portare ai provini. Vedendo la messa in scena di incognito mi sono innamorato da subito dal personaggio di Henry e mi sono detto da subito che volevo studiarlo. Tornato in Italia, dico questa cosa a Giulio, con il quale siamo amici oltre che colleghi, e cominciamo a leggere insieme il testo. Gradualmente, mi sono sempre più convinto che forse dovevo cambiare punto di vista perché Giulio funzionava molto bene come Harry. Mi sono innamorato di come lui si stava approcciando al personaggio di Henry e quindi mi sono detto che forse potevo sfidarmi a studiare Henry da un altro punto di vista, quello registico affidando il ruolo principalmente ad un amico e secondariamente ad un attore di cui ho grande stima. Questa è stata la scelta che mi ha portato a assegnare Henry a Giulio con cui abbiamo fatto l’Accademia insieme, abbiamo fondato subito dopo l’associazione Carmentalia che tuttora sta andando avanti, anche quando non lavoriamo insieme, ci confrontiamo ed è una grande fortuna perché tra gli attori c’è sempre una grande competizione. In Carmentalia tutto questo non c’è. C’è sempre sostegno reciproco che coltiviamo da dieci anni.

Questa è una chicca che racconto solo a te: Aurelio Pierucci un mio grande maestro prima di entrare in Accademia mi disse:  ” Secondo me dovresti fare il provino come allievo regista perché tu hai un occhio registico e potresti avere grandi chance in Accademia”. Vado a vedere il bando ed era complesso, bisognava presentare una messa in scena di venti cartelle, disegnare le scenografie, fare un vero lavoro registico solo come provino per entrare in Accademia. Mi sono detto che c’era troppo da studiare e per pura pigrizia ho deciso di entrare come attore, tra l’altro faccio l’attore e adoro farlo. Aurelio Pierucci però ha sempre visto in me questa vena registica. Effettivamente già subito dopo l’Accademia ho fatto la mia prima regia che era ‘Addio’ di Woody Allen, dirigendo Giulio e i compagni dell’Accademia. Il mio maestro mi disse anche che il 70% del lavoro del regista è scegliere un buon cast, poi viene il 30% Grazie all’esperienza di incognito mi sono confrontato con la difficoltà non facile di scegliere gli attori. Con Giulio è stato semplicissimo perché abbiamo riconosciuto lo stesso amore per lo stesso personaggio, per gli altri non è stato facile perché non ho fatto dei provini ufficiali con gente che non conoscevo.

Tra gli attori che avevo visto all’opera ne ho chiamato vari chiedendo loro di fare una lettura del testo. Nel giro di tre mesi, anche più, abbiamo concluso e non è stata una scelta facile proprio perché di attori bravi ce ne sono tanti, ma servivano quelli giusti per quelle parti con così tanti ruoli. Servivano degli equilibri tra le persone delicati. Ho voluto puntare su quello che chiede Nick Payne nelle note del testo: una coppia uomo donna trentenne una coppia uomo donna quarantenne, intendendo due più giovani e due più grandi. Nell’allestimento che ho visto a New York non era così, non c’era questa grande differenza di età, era un cast tutto abbastanza giovane Invece io ho seguito quello che suggeriva Payne. Ho preso Graziano Piazza perché è bravissimo. Notando questa sua somiglianza con Einstein sono stato colpito dall’aspetto fisico, ma lo conoscevo già e lo trovo un attore bravissimo, di una intelligenza teatrale notevole. Anna la conosco da tempo perché abbiamo lavorato insieme parecchie volte. È un’attrice straordinaria, di grande talento e viene dalla scuola di Proietti. Una grande sorpresa è stata invece Desirèe, eravamo insieme in Accademia, lei era in un’altra classe e ai tempi l’ho vista un paio di volte ai saggi. Adesso ha fatto un percorso personale lodevole veramente sono felicissimo di averla scelta perché padroneggia benissimo Il linguaggio di Payne sembra un testo scritto apposta per lei.

Attori così bravi e motivati che sono stati coinvolti da un progetto che nasce dal nulla. Quando io ho portato Giulio con me in questo viaggio non c’era né la produzione né l’idea di mettere in scena il testo e nemmeno un teatro, non c’era nulla. Poi si sono manifestate invece delle occasioni favorevoli, persone che sono state attratte dal nostro entusiasmo e che hanno deciso di sostenerlo a partire da Barattolo, il patron del Teatro della Cometa di Roma, che ci ha messo subito in cartellone solo perché ha visto i nostri occhi appassionati. Anche la produzione degli Ipocriti di Melina Balsamo è arrivata in nostro sostegno. Sulla base del nostro entusiasmo. Loro non conoscevano il testo, noi li abbiamo messi al corrente di tutto facendo vedere che eravamo ad un buon punto di lavoro. Non ci siamo fatti scoraggiare da nulla, abbiamo lavorato come se dovessimo andare in scena anche se non avevamo nessuna data. Non ultimi i nostri sostenitori del crowdfounding. Avevamo aperto una campagna di raccolta fondi per la realizzazione di tutto: scene, costumi, musica e abbiamo trovato tanti sostenitori che ci hanno fatto raccogliere una piccola cifra che per noi è grandissima perché è stata fatta davvero con il cuore.

Giulio in scena sta portando un suo percorso extra accademico che ha fatto con una importantissima acting coach. Un lavoro preparatorio su questo personaggio che è durato quasi un anno, andando in ritiro, lavorando come si lavora duramente per la preparazione dei personaggi sullo stile dell’Actor Studio Quel training in cui stai tutto il giorno a pensare come il personaggio, a vivere come lui. Questa esperienza che Giulio ha fatto è evidente sul palcoscenico, si vede e spicca la sua adesione al personaggio. Il pubblico non vede il lavoro nascosto dell’attore ed è un bene che non si veda, però garantisco che c’è stato e, da regista, traggo benefici dal suo personale studio sul personaggio di Henry. È una ricchezza impagabile. Con la mia regia, in questo spettacolo, ho voluto mettere al centro il gioco attoriale. Come in un sistema pirandelliano ci sono quattro attori che interpretano ventuno personaggi in un gioco esclusivamente teatrale che piace dalla notte dei tempi a tutti gli esseri umani. Ho cercato di sottolineare questa cosa mettendo sul podio la loro attorialità e son contento di aver tolto loro tutto, cioè come attori non hanno delle basi di appoggio come per esempio un costume particolare, una scenografia, un oggetto dà un appiglio per quel personaggio. Togliendo tutto e quindi facendo indossare sempre lo stesso costume, facendo trovare sempre lo stesso tipo di sedia, lo stesso tipo di scena, ognuno di loro è stato indirizzato a trovare dentro e non fuori, le varie differenze tra i vari personaggi, a fare un lavoro intenso di autentica recitazione, illuminati in questo dal Maestro Pietro Sperduti. Al pubblico viene mostrato il divertimento nell’essere attori in quel momento e quello è il vero spettacolo, secondo me.

C’è stato un contributo in aggiunta o diminuzione rispetto all’allestimento di New York o di Londra? Quali sono state, se ci sono state, le difficoltà nel lavoro di regia?

Io ho visto soltanto quello di New York non quella di Londra, so che però entrambi hanno delle differenze. L’allestimento di New York era molto ben fatto; anche lì veniva messa in primo piano l’attorialità, la capacità degli attori di interpretare diversi personaggi. Più che difficoltà ho trovato una ricerca stimolante. Il primo lavoro che ho dovuto affrontare è stato quello di tradurre lo spettacolo. Io e Giulio abbiamo fatto insieme la traduzione del testo. La drammaturgia inglese l’abbiamo resa italiana, registicamente ho dovuto trovare degli escamotage perché ci sono degli adattamenti da fare nella messa in scena nel senso che non potevo utilizzare i dialetti che ci sono nel testo originale, Non potevo attingere al nostro bagaglio di dialetti italiani perché hanno una storia differente rispetto a quelli americani. Per me tradurre il testo non è stato tradurre soltanto le parole, ma portare anche un messaggio a una popolazione che ha una cultura diversa e quindi ha un sentire diverso. Ho cercato di trovare la leggerezza laddove io non la leggevo in un testo che in apparenza è freddo. Parla di cervello, di memoria, di sezionare, tagliare, affettare, parla di medici che cercano di aiutare persone che non potranno mai essere aiutate, malattie inguaribili.

Ho cercato quindi la leggerezza e anche un po’ di passione e sentimento perché in fondo non c’è distinzione tra mente e cuore. Tutto quello che passa attraverso il cervello automaticamente è tutto quello che passa attraverso il cuore. Questa è stata la mia impostazione registica. In questo c’è molta differenza rispetto allo spettacolo che ho visto a New York, che era molto più distaccato. Non c’era cioè un movimento interno passionale Lo vedo molto più passionale l’allestimento italiano, ma perché è più passionale Il popolo italiano, la nostra cultura. Un allestimento come quello newyorkese in Italia sarebbe sembrato distaccato, cinico. Avrebbe sortito un effetto che secondo me non è quello che vuole l’autore e tradurre significa anche questo: non parlare italiano, ma parlare agli italiani. Così come è assolutamente voluto il fatto che il cervello, l’attenzione e la memoria dello spettatore vengano messe alla prova come in un’esperienza. Finalmente la parola torna alla sua primaria funzione che è quella di far riflettere il pubblico quindi non è semplicemente quella di capire quello che si sta dicendo, ma anche quella di interrogarsi. Sono contento che il pubblico si fa delle domande, è quello che vuole l’autore.

 

4 | 22 APRILE 2018 – Teatro Della Cometa
Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti
INCOGNITO
di Nick Payne

Regia Andrea Trovato
Scene Luigi Ferrigno
Costumi Tiziana Massaro
Luci Pietro Sperduti
Musiche originali Fabio Antonelli
Assistente alla regia Marcello Paesano
Produzione Carmentalia e Gli Ipocriti
Partnership Human Valor e Progetto Itaca (Roma)
Collaborazioni Chiara Anaclio e Daniele Barraco

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