#AccaddeOggi: il 17 marzo 1938 nasce Rudolf Nureyev

Rudolf Chametovič Nuriev è stato un ballerino e coreografo russo naturalizzato austriaco, conosciuto da tutti  come Rudolf Nureyev, ritenuto da numerosi critici uno tra i più grandi danzatori del XX secolo insieme a Nižinskij e Baryšnikov.

Nato a Irkutsk in Russia il 17 marzo 1938 e morto a Parigi il 6 gennaio 1993 all’età di 54 anni, da tempo malato di Aids.

A 19 anni, Nureyev è già considerato uno dei più grandi ballerini di tutti i tempi. Artista di straordinaria personalità che influenzò in modo imprescindibile la danza, valorizzando l’importanza dei ruoli maschili fino ad allora legato a semplice porteur, sviluppandone con cura le parti coreografiche.
Fu precursore della ve
rsatilità della danza abbattendo il confine tra il balletto classico e quello moderno danzando entrambi gli stili.

Nel corso della sua vita, Nureyev ha interpretato decine di ruoli, sia classici che moderni, sempre con enormi potenzialità tecniche e di immedesimazione. Come i cantanti lirici che per essere tali a tutti gli effetti non devono limitarsi a saper cantare, così l’essere ballerino per Nureyev significava essere anche attore, capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate in musica dai grandi compositori.

Inoltre, non bisogna dimenticare che crearono per lui tutti i massimi geni della coreografia, fra i quali vanno annoverati Ashton, Roland Petit, Mac Millian, Bejart e Taylor.

Rudolf Nureyev, non è stato soltanto il più grande ballerino del novecento, ma anche l’artefice di una profonda trasformazione della danza classica e al di fuori  della scena l’icona di un modo di vivere ribelle, libero e anticonformista.

Riportiamo un estratto della Lettera alla Danza che lo stesso Rudolf Nureyev scrisse quando la sua vita stava per volgere al termine, una “lettera al mondo”, un testamento spirituale:

“[…]Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore.

Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.

Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita […]”

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