Aleksandros Memetaj torna al Teatro Argot dopo la tournée a New York con Albania Casa Mia

Torna a casa, Alexandros Memetaj, dal 16 al 18 Marzo, con il monologo autobiografico Albania casa mia, regia di Giampiero Rappa per la stagione teatrale Home Sweet Home. A due anni dal debutto, dopo aver attraverso tutta Italia e aver fatto tappa oltreoceano a New York, selezionato dal Festival In Scena!, l’autore/attore italo-albanese ritrova al Teatro Argot Studio il focolare artistico dove tutto ebbe origine. In vista del traguardo delle cento repliche contattiamo Memetaj per una breve disamina sullo spettacolo, dalle origini fino alla messinscena, con l’obiettivo di scandagliare questo piccolo diamante dalle mille sfaccettature performative.

25 febbraio 1991, Albania. Il regime comunista che per più di 45 anni aveva controllato e limitato la libertà dei cittadini albanesi è ormai collassato. Il malcontento del popolo si esprime con manifestazioni, distruzione dei simboli dittatoriali ed esodi di massa, per  primo quello di Brindisi. Migliaia di persone cercano di scappare verso l’Occidente partendo dai porti di Valona e Durazzo con navi, pescherecci e gommoni diretti verso l’Italia. Tra questi c’è anche Alexander Toto, trentenne che giunge a Brindisi a bordo del peschereccio “Miredita” (Buon giorno). In quel peschereccio c’è anche Aleksandros  Memetaj, bimbo di 6 mesi. Albania casa mia è la storia di un figlio che crescerà lontano dalla sua terra natia, in Veneto, luogo che non gli darà mai un pieno senso di appartenenza, ma è anche la storia di un padre, dei sacrifici fatti, dei pericoli corsi per evitare di crescere suo figlio nella miseria di uno Stato che non esiste più e quella del suo grande amore nei confronti della propria terra d’origine.

Come e quando nasce “Albania Casa Mia”?

L’idea di fare lo spettacolo è nata durante una conversazione fra me e Giampiero, mentre parlavamo al bar dopo aver finito l’accademia Fondamenta, tre anni fa ormai, e mi chiese di provare a scrivere una specie di diario e io scappai per un mese in Albania, con la speranza di scrivere. In realtà quando stavo lì non ho scritto nulla, tornai a casa a Roma, mi chiusi in casa per tre settimane e ho prodotto il 98% di quello che è lo spettacolo oggi, perché c’è un 2% che ho lavorato con Giampiero durante le prove.

Il motivo per cui ho scritto questo testo è perché sento un senso d’appartenenza per quel non luogo che sta in mezza al mare tra Valona e Brindisi. Mi ricordo che tornai in Albana con papà e mamma quando avevo sette anni, durante il viaggio io capitai sulla prua della nave e mi sentii in quel momento di appartenere a quel posto, ma non riuscivo a spiegarmelo. Una sensazione che ho riprovato costantemente a ogni viaggio, ogni andata e ogni ritorno.

Crescendo ho capito e sono riuscito a tradurlo in scena perché mi sono reso conto che io sono nel mezzo, perché parlo e scrivo e sono italiano però sono stato educato da due genitori albanesi quindi con tutta una serie di valori morali ed etici che mi appartengono e che riconosco come esagerati a volte – ma che sono tipicamente albanesi. Loro sono cresciuti in pieno comunismo sovietico in Albania. Lì hanno tutta una serie di valori, pensieri e modi di vedere la vita che sono diversi dai miei. Io ho tutto questo dentro di me, sono nel mezzo.

La sensazione del mezzo è quella che cerco di restituire al pubblico. Lo spettacolo verte sull’intenzione di far sentire le persone in quella situazione che porta a sentirsi all’interno di quella nave, a sentirsi parte di quel viaggio.

Dal testo alla scena: che indicazioni registiche ti ha fornito Giampiero Rappa?

Giampiero mi ha dato la massima libertà d’azione, l’unica cosa che lui ha fatto che poi è stata fondamentale perché mi ha reso libero di esprimermi e di agire sul palco è stata di inscrivermi in un rettangolo di 120x80cm. Tutto il monologo accade lì: io sono chiuso in una gabbia da cui poi salto, perché alla fine dello spettacolo c’è un salto di un muro. Ma io non esco mai in realtà da quel tappetino che ho per terra però riesco lo stesso a uscire da lì.

Quella gabbia mi permette di avere estrema libertà e tramite un lavoro forte sull’azione e sulle rievocazioni di immagini, pare che poi il pubblico riesca a percepire tutto quanto lo spettacolo. Tant’è che molto spesso nonostante non ci siano né musiche né scenografia mi dicono di aver visto un film. Ed è una cosa stupenda perché in realtà io sono sempre in quel punto lì, non mi muovo mai da quello spazio.

L’intuizione di Giampiero dal primo giorno delle prove è stata di chiudermi là dentro, a 24 anni quando questo spettacolo uscì avevo anche tante meno repliche sulle spalle. Questa è una delle cose che mi ha fatto fare un maggiore upgrade anche attorialmente. Sono passati due anni dal debutto, ci stiamo avvicinando alla centesima replica: un bel traguardo.

Con “Albania casa mia” hai attraversato l’oceano fino ad arrivare New York: com’è andata la tournée ? Quali sono state le reazioni del pubblico?

Ho fatto dodici repliche a New York, all’interno del Festival Inscena, in dodici posti diversi, a Manhattan a Brooklyn, a Staten Island, è stato bello perché il pubblico riusciva a capire il messaggio di questa storia che appartiene e parla di una piccola parte d’Europa. L’ultima replica con cui ho chiuso la tournée è stata accolta dal pubblico newyorkese con una standing ovation e ricordo che c’erano anche dei governatori di Washington D.C. che erano venuti a vedere lo spettacolo; il pubblico alla fine dello spettacolo quando ha capito che c’erano quei politici da dietro ha cominciato a manifestare in maniera pacifica dicendo che il biondino avrebbe dovuto vedere e imparare da questo spettacolo riferendosi al presidente Donald Trump.

E’ stata un’esperienza molto positiva, fra poco ci ritornerò con un progetto nuovo. La tournée è arrivata tappa dopo tappa. Questo spettacolo ha avuto una fortuna immensa, ad ogni tappa ne guadagnai altre. Partii da Roma all’Argot poi a Genova, poi Reggio Emilia, Bologna, Napoli, Milano, in Svizzera e poi a New York. Ne abbiamo fatto molte, siamo stati in Veneto, a 8 km dal posto dove sono cresciuto, infatti lo spettacolo parla dell’Albania ma anche del Veneto. Ogni volta che faccio una replica ne arrivano altre, non me lo spiegare nemmeno io.

ALBANIA CASA MIA

dal 16 al 18 marzo al Teatro Argot Studio

di e con Aleksandros Memetaj
regia Giampiero Rappa
aiuto regia Alberto Basaluzzo
foto Manuela Giusto

Vincitore Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria 2016
Vincitore Premio Avanguardie 20 30 – Bologna

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