Roberto Latini e l’incanto di Fortebraccio Teatro Intervista all'attore-performer e regista fondatore della compagnia teatrale Fortebraccio.

L’opera in fieri di Roberto Latini è la testimonianza pulsante di come la grandezza dell’attore non si risolva solo nella techne drammatica ma risieda piuttosto in quell’invisibile quanto vitale abilità di cospirare in simbiosi con la scena passata e con quella coeva. In questa dialettica incessante si pone il lavoro di ricerca a cavallo fra i secoli teatrali, una continua tensione artistica che rende Roberto Latini mezzo di trasmissione ed espressione stessa di una immaginazione poetica che si rigenera nel paradosso dell’eterno ritorno del classico. Nel foyer del Teatro Vascello in Roma l’abbiamo incontrato  per rivolgergli alcune domande intorno alla poetica artistica che da anni lo sospinge sui palcoscenici di tutta Italia insieme a Max Mugnai e Gianluca Misiti, componenti della compagnia Fortebraccio Teatro.

 

Roberto Latini canticodeicantici

 

Quali sono le condizioni e le suggestioni artistiche con cui concepisci il tuo lavoro di attore e di regista? Quali i sentimenti che ti spingono alla creazione teatrale ?

La mia condizione di attore parte dalla mia condizione di spettatore. La mia disposizione è rispetto al fatto che il teatro ha una capacità unica per cui quando siamo in una platea di cento o mille persone, siamo noi a essere convocati, ammessi e reclamati. Io so da spettatore che il teatro mi dà l’occasione di essere a tu per tu e lo so anche da attore.    Si tratta di creare una relazione singola con ogni persona che arriva a quell’appuntamento che è lo spettacolo, noi compresi. Lo spettacolo è una proposta, non è la proposta della mia verità, non siamo spacciatori di teatro e non abbiamo l’acqua da dare agli assetati. Siamo piuttosto nella possibilità di avere a che fare con questa meraviglia che è il teatro, il quale non è effettivamente l’oggetto in questione, né tantomeno l’obiettivo.

Rispetto alla creazione teatrale a me non sembra mai di cominciare, credo che siamo in un continuum e dico siamo perché il mio essere artistico non ha bisogno di chiudersi. Normalmente il regista non è in scena, vede il lavoro quando è in produzione. Io invece non lo vedo mai, lo sento da dentro controllando costantemente la temperatura dello spettacolo. La temperatura è un concetto importante. La temperatura dello stare insieme, quella del mio corpo durante lo spettacolo e quella dello spettatore perché tutto di me arriva fino alla platea.  In questo momento, dopo tanti anni di domande rispetto alla drammaturgia e a quale senso tra i vari sensi usare, credo che forse il più importante sia il sesto senso. Il Senso, cioè il capire cosa privilegiare. Ora siamo semplicemente nella conquista di un’aspirazione che è quella della bellezza, in un senso il più possibile esteso. Una cosa non deve essere bella, deve essere nell’aspirazione della bellezza, come la poesia, la poesia è il suo stesso tentativo.

foto di Simone Cecchetti

 

Nei tuoi spettacoli si avverte una voluta incompiutezza rispetto alla quale lo spettatore può intervenire nel montaggio dei segni. Quanta apertura e libertà, dalle prove fino alla scena, concedi a te e agli attori con cui lavori?

Le persone con cui lavoro sono nella libertà del proprio sentire, sanno però che quello che stiamo facendo ha il limite di credibilità dettato dall’essere dentro un patto. Il teatro non è una convezione, è un patto appunto che stabiliamo noi e voi. Se io dico che sono il principe di Danimarca voi non potete dire di no. Non è convenzione il patto, ha a che fare col gioco, quello serio. Tanta gente non va a teatro perché non ha voglia di giocare, tanti non sono capaci perché hanno smesso di giocare e non se lo concedono più. Anche tante delle persone che fanno teatro non se lo permettono, invece con le persone che scelgo e che, a loro volta, scelgono me siamo come bambini nel cortile ci scegliamo e giochiamo seriamente a metamorfizzarci. Per un po’ mi sono chiesto se gli attori vanno in scena o se essi stessi ci si mandano: sono io che mi metto in scena e sono io che vado a cercare me stesso in scena?  La questione invece è più piccola e forse per questo è più bella. Per me non c’è nessuna verità: nessuno ha la definizione del teatro vera e unica, teatro vuol dire una cosa diversa per ognuno di noi, questo è l’evviva che ci porta a essere insieme. Cosa resta dello spettacolo se non ciò che ognuno di noi si porta via? Ogni spettacolo che succede ogni sera non c’è più se non presso chi ne ha preso parte.

Ne I Giganti della montagna quali sono state le motivazioni che ti hanno indotto a immaginarti solo in scena? Forse è possibile interpretare quella solitudine scenica come il riverbero opaco di una intima condizione esistenziale?

Quando sono in scena in realtà non sono mai solo, c’è sempre qualcuno che fa lo spettacolo con me, anche fisicamente. Accende le luci, mette le musiche, mi parla fino a un momento prima dello spettacolo.  Mi riferisco a Gianluca Misiti che non è solo l’autore delle musiche ma è molto di più: è lo sguardo da fuori. Quando sono in prova mi rivolgo costantemente a lui e questo dialogo apre un doppio piano, quello del vedere e del sentire. Ho costantemente bisogno di condividere e in questo Gianluca è il mio primo complice. È prezioso che Gianluca e Max Mugnai non siano attori. Max particolarmente è un tecnico puro e se potesse non metterebbe neppure piede sul palco eppure ha visto così tanto teatro da capire se una cosa ha le capacità o meno. Accade spesso che sono da solo ma accade per una condizione produttiva. Nel caso de I Giganti della montagna il motivo per cui sono solo in scena non è perché ho pensato di fare io tutti i personaggi, ma perché ho pensato di non farne alcuno e l’unico personaggio che ho immaginato effettivamente di essere sono solo le parole di Pirandello. Aggiungere in precedenza Federica Fracassi è stato un tentativo di mettere in scena questo lavoro, ma lei è talmente perfetta nel fare Ilse che mi ha costretto ad essere ogni volta un personaggio diverso per permettermi di avere una relazione con la sua Ilse, non era quello che cercavo. Cercavo di non avere nessun personaggio. Ora che lo spettacolo è conclamato nella solitudine di questo unico, di questo nessuno in realtà, credo che fosse giusto così.

Nel 2015 hai ricevuto il premio dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, come vivi il rapporto con la critica?

Ci sono spettatori professionisti che talvolta perdono la capacità di avere a che fare col teatro. Ho il massimo rispetto per ogni persona che fa il proprio lavoro e alcuni critici lo fanno egregiamente; ciò non toglie che la mia personale opinione è che non ci siano destinazioni e che, spesso, le recensioni vengano lette solo dalle persone di teatro e non hanno più valore di ciò che ha visto una signora andata a teatro quella sola sera. I premi fanno piacere, certo, restituiscono qualcosa però non rappresentano la questione nevralgica. La questione è se c’è un’aderenza al proprio sé. Riuscire a mettere in comunicazione questo sé con tanti altri forse è bello o forse no, non lo so e se lo sapessi forse avrei già smesso. Aldilà delle belle critiche e dei bei premi, l’essenziale è mantenersi nell’incanto del teatro. L’obiettivo è produrre un’occasione teatrale. Il teatro accade e non accade solo per merito di chi sta sul palco, avviene attraverso la partecipazione e la capacità degli spettatori rispetto allo spettacolo che viene proposto. In merito a questo, ci sono molti spettacoli che menzionerei nel curriculum talmente sono stato partecipe, mi sento di averli davvero fatti, dove fare è nell’accezione completamente esplosa dove c’è il dire, il sentire e c’è l’esserci.

Quali sono i consigli che daresti a dei giovani teatranti rispetto alle diverse opportunità formative da poter intraprendere?

La cosa difficile per i giovani è fidarsi di sé stessi: questa è l’unica cosa che ha davvero valore. Se si frequenta la stessa scuola, nello stesso triennio, ognuno esce in modo diverso da quello stesso percorso. Ognuno ha la propria strada. Le scuole servono ad attivare delle questioni e a insegnare, ovviamente – mi riferisco a qualcosa più in là della dizione, respirazione, etc. Questi sono tutti strumenti che un attore dovrebbe saper gestire. Tutto passa attraverso la singola capacità di ciascuno di noi, non c’è regola, o forse ce n’è una per ogni attore. Ai giovani attori direi di fidarsi di sé stessi e di non credere agli spacciatori di teatro.

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