Ifigenia in Cardiff al Teatro Argot. Intervista al regista Valter Malosti

Nel cuore di Trastevere, presso il Teatro Argot Studio di Roma, continuano gli imperdibili appuntamenti teatrali di DPBLACKMIRROR, rassegna a cura degli under 25 di Dominio Pubblico inserita nella stagione Home Sweet Home. Dal 21 al 25 Febbraio sbarca sulla scena capitolina Ifigenia in Cardiff con l’attrice e performer Roberta Caronia, vincitrice  per l’interpretazione di Effie  del XIII Premio Virginia Reiter dedicato “alla migliore attrice del panorama teatrale italiano nella fase iniziale della carriera” e con la regia di Valter Malosti.

Ifigenia in Cardiff di Gary Owen (dall’originario Iphigenia in Splott) è un delirio monologante denso di lucidità che si rivela a poco a poco, ribaltando gli equilibri del senso comune e scardinando moralismi e perbenismi vari. Con un linguaggio abrasivo pieno d’ironia tagliente, Owen affonda il coltello nelle maglie sconnesse della contemporaneità, consegnandoci il ritratto al vetriolo di un’Ifigenia moderna che non ci sta ad essere la vittima sacrificale di un sistema già scritto, e pertanto reagisce, opponendo al Fato, che la vorrebbe vendicativa e miope, la sua intelligenza feroce, il ghigno beffardo, la più inaspettata compassione. Effie non è un capro espiatorio, ma testimone ferale e voce d’accusa contro un potere che, con la sua ingombrante ingordigia, divora le vite degli altri.

Un affresco metropolitano ambientato nei sobborghi desolati dell’umanità, un grido disperato racchiuso nelle pieghe di un testo dove la matrice classica si irrora di contemporaneo: Ifigenia in Cardiff di Gary Owen (dall’originario Iphigenia in Splott)  ha debuttato come studio nel 2016 alla rassegna teatrale “Trend – Nuove frontiere della scena britannica” incentrata sulla drammaturgia contemporanea anglosassone, a cura di Rodolfo Di Giammarco e l’anno successivo in forma spettacolare per il Festival delle Colline Torinesi dove ha riscosso un grande successo fra le migliori penne critiche della carta stampata nazionale che ne hanno confermato il pregevole valore artistico. In vista di questo debutto, raggiungiamo via telefono Valter Malosti per un’intervista che racconti il tragitto artistico partito da Cardiff e giunto fino a Trastevere.

Come ha scoperto questo testo?

Il progetto nasce, come parecchi dei miei progetti negli anni passati in collaborazione con Trend e quindi in particolare con Rodolfo Di Giammarco con cui avevamo già realizzato in passato i lavori di Enda Walsh, che adesso è diventato famosissimo, di Claire Dowie e Simon Stephens.
Diciamo che è una specie di laboratorio che io accetto di fare quando posso perché mi permette di conoscere degli autori che altrimenti non conoscerei. Ogni volta che inizia Trend faccio delle mie proposte e loro, in particolar modo Rodolfo e i suoi collaboratori, mi propongono testi nuovi che non è facile conoscere qui; tra i testi che mi sono stati presentati ho trovato Ifigenia in Cardiff e ho scelto di farlo dal momento che avevo l’attrice giusta, Roberta Caronia, visto che amo svolgere un lavoro sempre molto basato sugli attori. In realtà il titolo originale è in Ifigenia in Splott che è un quartiere di Cardiff ma per semplificare abbiamo deciso di chiamarlo Ifigenia in Cardiff così ci è sembrato un titolo più evocativo che il pubblico potesse riconoscere.

Perché ha scelto di rappresentarlo?

È un testo molto forte, con una lingua particolare. Una cosa che mi interessa sempre nei testi è che essi abbiano una lingua in qualche modo esplosiva, interessante sia da tradurre, sia da portare in scena per dare la possibilità agli attori di farne un percorso che non sia semplicemente legato al contenuto ma che sia anche legato al suono. La cosa interessante di questo testo è che parla di Effie, una ragazza ai margini della società, che vive di droga e di alcol in Splott, quartiere popolare di Cardiff abitato anche da molti stranieri. Qui Effie incontrerà durante le sue scorribande notturne esagitate l’amore della sua vita. Di fondo c’è questa storia d’amore con un soldato che torna dall’Afghanistan con una menomazione esteriore che è più evidente ma allo stesso modo dolorosa alla ferita più interiore di Effie che riesce a guarire in una notte d’amore. Poi vedremo che durante lo scorrere del testo quest’amore enorme che le cambia la vita è un amore sfortunato.

Come si è sviluppato il lavoro e qual è stato l’approccio registico adottato nei confronti dell’attrice Roberta Caronia?

È un lavoro nato durante la tournée de “Il berretto a Sonagli” insieme a Roberta Caronia. Abbiamo cominciato a provare piano piano questo lavoro che prima ha debuttato al Trend e poi abbiamo fatto un vero e proprio spettacolo al Festival delle Colline Torinesi l’estate scorsa. Un po’ averlo provato in tournée e un po’ il tipo di testo mi ha ricordato Ken Loach, quella secchezza, quella profondità nella semplicità ed è diventato uno spettacolo in cui la regia è pochissimo appariscente ma proprio per mia scelta perché tutto il meccanismo dello spettacolo è addossato completamente sulle spalle dell’attrice. Durante il lavoro abbiamo tolto molte cose, anche alcune azioni che erano iscritte nello spettacolo. Ho sentito la necessità di farne un lavoro nudo e scabro. L’unica azione, fra quelle descritte dalle indicazioni interne al testo, che lei compie è quella di scrivere alcuni numeri su di una lavagna, alcuni di questi numeri diventano anche qualcosa di più simbolico. Per il resto l’attrice agisce quasi in maniera frontale. In questo caso ho voluto accentrare tutto su di lei come un primo piano costante e quindi siamo partiti da lei e dal suo modo di essere in scena, come una specie di spettatore dell’anima e del corpo di questa performer. Non c’è nessuna tecnica particolare usata, ci siamo conosciuti durante la tournée ed è stato in un certo modo facile capire quali erano le direzioni giuste. Io ho lavorato sul ritmo musicale nel complesso del testo anche se non c’è praticamente musica e quindi un’altra difficoltà per l’attrice è che non ha nessun appoggio di nessun tipo per tutto lo spettacolo. Questa è proprio l’offerta, una specie di sacrificio dove l’idea registica si tramuta in un’offerta sacrificale, così evidente e nuda, di un’anima e di un corpo agli spettatori.

E’ possibile ricercare un punto di contatto fra il mito classico di Ifigenia e la contemporaneità di Effie? In questo senso in che modo la parabola esistenziale della protagonista riesce a parlare universalmente della condizione umana?

Questa parabola umana finisce esemplarmente ma in maniera un po’ bizzarra ma non posso svelarlo perché sennò svelo tutto lo spettacolo quindi è meglio che rimanga misterioso anche perché è un passaggio misterioso anche per noi a cui stiamo ci accostando e ci stiamo pian piano avvicinando a quel possibile frammento di verità che riguarda tutti noi. Ci stiamo costantemente lavorando perché è un passaggio molto complicato dal momento che implica uno scarto poetico molto forte dove si passa da questa cosa molto personale e iperrealista per poi volgersi dall’altra parte facendo diventare questa figurina una specie di gigante. Non è facile e ci stiamo lavorando perché il testo in questo senso è molto esile, il finale non rappresenta la parte forte di questo testo. Questo finale però è molto interessante è come se l’autore avesse avuto un’idea molto forte a cui non bastano le parole che ci ha lasciato in eredità per descriverlo.

Alla fine questa storia si ribalta su un ulteriore aspetto per questo si chiama Ifigenia perché l’autore prende spunto da questa storia iper realistica per poi volgersi in qualche modo a uno sguardo più collettivo per questa tragedia personale che diventa un monito universale per tutti noi che abbiamo a fianco le persone della nostra vita di cui non ci accorgiamo mai.

Quali saranno le prossime tappe di questo spettacolo?

Abbiamo già fatto una parte di nord poi andremo in Puglia a Taranto. Il prossimo anno verrà ripreso e andrà sicuramente a Milano. Questo è uno spettacolo come molti di questi miei piccoli spettacoli che hanno una vita da no-sellers cioè io tengo molto al mio repertorio e quindi tendo a non buttare i lavori buoni che si fanno. Con molta perseveranza a volte i lavori sono durati anche 10 o 15 anni non vedo perché buttare via dei lavori di qualità ed è quello che cercheremo di fare con questo piccolo lavoro cioè di conservarlo nel tempo e di farlo vedere il più possibile. Così io, a fianco di altre produzioni più legate a rivisitazione di classi legate alla poesia e alla musica, ogni tanto mi vado a occupare di queste creature che altrimenti non avrebbero voce.


IFIGENIA IN CARDIFF

dal 21 al 25 febbraio
al Teatro Argot Studio

di Gary Owen
traduzione Valentina De Simone
regia Valter Malosti
con Roberta Caronia
light designer Francesco Dell’Elba

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