As-Saggi di Danza #17 – Danza made in Emilia Romagna

Probabilmente il sottoscritto potrebbe essere influenzato dai comuni natali degli artisti a cui ci stiamo per accostare, ma la provenienza geografica è solo uno degli aspetti determinanti di personalità e creazioni diverse.

A Piacenza, nella quinta edizione della rassegna InSincronia al teatro Trieste34, è andata in scena la compagnia DNA diretta dalla bolognese Elisa Pagani: un pubblico ristretto ma fedelissimo al teatro piacentino, che ha potuto assistere al duetto di Andrea Palumbo e Silvia Rossi ne “La pancia della balena” e ad un estratto dalla produzione “L’amore ha i tempi del playmobil”, con l’aggiunta di Chiara Montalbani.

Nella prima pièce i due corpi sono sporcati da una polvere che rende tutta la partitura priva di momenti di stillness dichiarata, filtrata da un pulviscolo chiaro, come due organismi che si separano, si fondono, si autodichiarano dentro un ambiente chiuso e oscuro – quasi uterino – e procedono verso un naufragio che non viene concepito come disastro ma come ciclo di rinnovamento continuo. Risulta immediato il pensiero di un ciclo di morte e rinascita che ben si sposa con la dinamica instancabile che caratterizza tutto il linguaggio di Pagani, in particolare nella parte di Palumbo che viene contaminata da elementi di street dance. Il viaggio all’interno della pancia della balena ricorda molto un naufragio omerico, un nòstos odissiaco sulle note di Gino Paoli.

Nell’estratto in cui principalmente danzano Silvia Rossi e Chiara Montalbani il tema è il nucleo basilare della società: un ambiente familiare animato dal rapporto di due donne che, al contempo, sono nonne, nipoti, madri, sorelle. Il contrasto maggiore in questa parte è nella natura stessa delle due danzatrici: se la Rossi disegna nello spazio una danza grafica ed estremamente razionale, Chiara Montalbani travolge questa linearità con una furia irrefrenabile. Apprezzabile la decisione di non tagliare di netto la pièce ma di valorizzare l’entrata di Palumbo che preannuncia la continuazione di questo racconto.

La compagnia DNA dichiara la propria fede nella coreografia e nella capacità del corpo di parlare solamente attraverso una danza di notevole ingaggio fisico, in tempi in cui “La paura di Vaslav Nijinsky”, per citare le parole di Silvia Poletti, sembra causare una dispersione dei riferimenti e del coraggio di una danza tecnicamente complessa.

Alla chiusura della X edizione del festival Exister di Milano, al teatro Fontana è andato in scena “Von“, firmato dalla compagnia Stalker/Daniele Albanese di provenienza parmense. Occorre anticipare che risulta molto difficile scrivere del lavoro di Daniele se non si conosce la dimensione artistica e quasi onirica di questo coreografo e occorre talvolta esperirla in prima persona. Questo spettacolo è cresciuto in maniera nomade attraverso residenze diverse in contesti altrettanto vari (iniziato con una residenza presso Piemonte dal Vivo e con l’appoggio di Anticorpi XL), sia in Italia che a Bruxelles.

Von in tedesco è il corrispondente della preposizione “da” o “di”: provenienza, frammentarietà, spazio non definito, parola, relazione, movimento. In questa creazione le parole, i frammenti di esse, sono una chiave di lettura importante per capire i rapporti di continuità. Si apre con un buio totale rotto solamente da un bagnato luminoso in cui un corpo cammina per lo spazio: è necessario un po’ di tempo per capire il sapiente gioco di connessione fra movimento e uso delle luci che crea un effetto di frammentazione della dinamica. La liquidità del movimento è rotta in una serie di fotogrammi creati con la luca stroboscopica e con una connessione molto precisa fra tappeto sonoro e luminoso.
In questo lavoro Albanese riversa quelle che sono i punti principali del suo immaginario coreografico: una dinamica fatta di piccoli movimenti molto interni, la trasformazione del corpo che è metamorfosi da una struttura ad un’altra, “mostri” che si emergono dai corpi senza esagerazione. La scena è aperta e chiusa dallo stesso Daniele ma per tutto lo spettacolo danzano Giulio Petrucci e Marta Ciappina. A vedere questo lavoro nel suo primo studio un anno prima (a Torino, Lavanderia a Vapore) questi due artisti dimostrano di aver assorbito il lavoro di Albanese in maniera impeccabile e in tutta la sua lunghezza lo spettacolo dimostra di essere figlio di una lunga riflessione e di un processo drammaturgico consistente. Giulio e Marta non entrano quasi mai in contatto ma l’interazione fra di loro è potentissima, la loro danza corre sul filo rischioso dell’incomprensibilità, pericolo scampato da un’intesa che rende i passaggi da una dinamica all’altra estremamente naturali.

Il riferimento di questo lavoro è sicuramente contenuto nella Logica della sensazione di Deleuze, trattando della pittura di Bacon, nel descrivere il tentativo di rappresentare la sensazione in un passaggio fisico da uno stato all’altro, ma la più forte delle definizioni possibili è quella di una danza “futuristica”. Von si muove sui binari della frammentazione della dinamica, di una precisa volontà di rappresentare un corpo nei suoi passaggi in velocità come facevano Balla e Boccioni.

“Bisogna superare le possibilità muscolari, e tendere nella danza a quell’ideale corpo moltiplicato dal motore che noi abbiamo sognato da molto tempo” (Manifesto della danza futurista, F. T. Marinetti – 1917)

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