Tips 4 Actors #04 – E i Marò?! Metonimia di un attore

Questo 2018 voglio iniziarlo con una riflessione sulla paura e su come affrontarla per liberare la tua creatività e il tuo talento.

Vi siete mai chiesti perché molti attori sono buddisti? Ad un certo punto tra fine anni ’90 e la prima decade del 2000 era un continuo “outing” di celebs (e meno) che dichiaravano di aver trovato nella Pratica il balsamo ai propri demoni. Lasciando nell’Olimpo i vari Richard Gere (precursore e iper-buddhista), Tina Turner, Geri Halliwell (che ha a sua volta fatto convertire Robbie Williams), Orlando Bloom e… ebbene si, Roberto Baggio, anche io ho incontrato nel mio cammino diversi colleghi che hanno abbracciato discipline orientali. Inizialmente li guardavo negli angoli dei teatri, a gruppetti di 5 o 6 persone, in attesa del loro turno tra cinquecento altri candidati ad un provino, mentre recitavano tutti insieme e ad alta voce il Nam-myoho-renge-kyo. “Fanatici!” pensavo.

Successivamente ho avuto modo di collaborare con un’attrice del Maestro De Simone. Anche lei buddista ma, a prescindere da questo, quello che colpiva era la luce che ti investiva anche solo quando entrava nella stanza. “Dono di Dio!” pensavo io. Lei invece cercò di farmi capire quanto il Buddismo in questo le fosse stato d’aiuto.

Ora ti starai domandando il perché di tutto questo preambolo. Ebbene, ecco la mia versione dei fatti. Ogni attore desidera essere apprezzato. Ogni attore lavora per dare alla gente ciò che vuole. Ogni attore mette in mostra le sue fragilità. Pochi attori sanno convivere tranquillamente con questo. L’essere giudicati, l’assumersi la responsabilità di una scelta che potrebbe non farci prendere un ruolo, sono dinamiche emotive che conosciamo bene e non importa se siamo allievi o attori di carriera. Il tarlo ci sarà sempre. A questo aggiungiamoci la vita “normale”. Quando sono rimasta incinta volevo fuggire. Mi sono sentita spesso finita. Avevo paura che si sarebbero dimenticati di me, che non avrei lavorato mai più e che avrei dimenticato quello che sapevo fare. Ero talmente concentrata su di me, che dimenticavo la grande possibilità che mi si stava offrendo.

Stacco. Interno. Teatro. Roma. Pochi minuti prima che si aprisse il sipario, sentii nel buio delle quinte “Possiamo mai soffrire così ogni volta?”. Era il primo attore. Con una carriera di profilo internazionale e una serie (non fiction!) in onda in quei giorni.

Torniamo a noi: io non sono Buddista, ma ecco che torna il concetto – buddista, appunto – di non attaccamento al mondo pieno di drammi (sia dentro che fuori scena) e di una vita da recitare, invece che da vivere. Troppo IO e troppo poco NOI. Troppo IN e troppo poco OUT. Insomma, c’è tutto un Mondo intorno a noi!

Allora ecco che, in questo primo vagito di 2018, prendo in prestito un po’ qua e un po’ là ispirazioni pseudo spirituali e filo orientaleggianti per trovare la strada della semplicità e soprattutto della libertà nel nostro lavoro. Accettiamo il fatto di essere destinati a provare un senso di incertezza e dubbio. Dopo tutto, “di umanità si tratta”. È il nostro lavoro veicolare emozioni e, se è vero che “Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è”, allora siamo deontologicamente tenuti a scendere nella nostra vita emotiva.

Se la paura e i nostri dubbi personali ci impediscono di essere creativi ed espressivi, di assumerci dei rischi e di godere del nostro lavoro, dobbiamo occuparci di loro e imparare a gestirli. Ecco pochi consigli:

IMPARARA AD ARRENDERTI

Ciò a cui resisti, persiste. Ciò a cui ti arrendi può essere affrontato in modo più efficace. Il più delle volte siamo noi stessi l’ostacolo più grande da superare. Non il Casting, non la sceneggiatura, etc. Ogni tanto prova a concederti la possibilità di non controllare tutto. È decisamente liberatorio.

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FOCALIZZA IL PERCHÈ

Purifica i tuoi pensieri e le tue azioni. Come? Vai alla radice della motivazione. Spesso invito i miei amici ad interrogarsi nella “stanza buia” dentro di sé. Lì non abbiamo pubblico o giudizio, se non noi stessi. E lì possiamo concederci allo sforzo di sincerità dovuto.

Chiediti onestamente e senza giudicare le seguenti domande:

  1. Sto andando sul palco o davanti alla telecamera per i giusti motivi?
  2. Sono lì per avere lodi, per ottenere la parte, o per sentirmi talentuoso invece di perseguire semplicemente il mio obiettivo?
  3. Le mie motivazioni sono un po’ più egocentriche di quelle che mi piace ammettere e quindi mi sto proteggendo senza nemmeno rendermene conto.

SEMPLICE È BELLO

“Guarda l’altro negli occhi e dì la verità” ecco cosa sei chiamato a fare in quanto attore. Dobbiamo esistere, respirare, ascoltare, e perseguire un obiettivo. Il resto è un utile corollario.

Non smetterai per questo di interrogarti su te stesso, ma potrai liberare la tua creatività. E se hai dubbi su una strada o su una scelta attoriale… praticala! Il risultato parlerà per te. Se una cosa funziona, funziona e basta. Come si dice: la pratica vale più della grammatica.

Ricorda che recitare equivale a to play o a jouer?

> Qui qualche riflessione sul rapporto tra creatività e semplicità

L’UNIONE DÀ LA FORZA

Per il resto, l’unico consiglio che posso darti ancora è impara ad essere la metonimia dell’attore. Siamo una parte fragile di un tutto bellissimo e cattivo. Insieme cresciamo, insieme possiamo allenarci, confrontarci e migliorarci. Alla fine è un mestiere che facciamo per gli altri e allora è giusto scendere in comunione con questi altri. Fa finta di essere in Jumanji. È un gioco, quindi divertiamoci, ma ad altro coefficiente di rischio. E allora rischiamo!

Un post un po’ più filosofico per questo inizio d’anno, ma certe volte è giusto fermarsi un attimo. Io riparto dalla paura, che sento come un grande limite. Se ti interessa, sulla pagina di Tips 4 Actors parlo spesso di questo argomento.

Spero di esserti stata utile. E, come sempre, Stey Tipper & Go Deeper!

Alla prossima settimana.

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