As-saggi di Danza #14 – La bellezza indelebile del Grande Domatore di Dimitris Papaioannou

Sul palcoscenico del Teatro Politeama, all’interno del Napoli Teatro Festival, è andato in scena The Great Tamer di Dimitris Papaioannou. Il nome di questo regista, artista visivo, coreografo e curatore è legato non solo all’apertura delle Olimpiadi nel 2004, ma anche alla consacrazione a livello internazionale con Primal Matter (2012) e Still Life (2014).

Nato in Atene nel 1964, Papaioannou si è formato all’Edafos Dance Theater: il suo percorso attraversa la danza, il teatro fisico, la scenografia e il disegno luci, ed è permeato da una grande conoscenza delle arti visive. Oltre alle opere già citate bisogna ricordare Medea (2008) e Nowhere (2009), quest’ultimo riallestito con danzatori italiani nel 2016 al Festival di Ravello. Un punto fermo della produzione di questo artista è il grande legame con la cultura greca e il senso di appartenenza alla sua terra, di cui tutta la sua arte è sottesa. I suoi performers sono greci come gli artisti con cui lavora per gli allestimenti: Dimitris Papaioannou porta al centro del panorama culturale europeo un paese con una storia complessa e un presente accidentato.

In questa monumentale produzione – ben dieci i performer – il racconto è un filo teso lungo una storia universale e collettiva, attraverso immagini e riferimenti alla cultura europea, ma soprattutto greca. La scena è aperta, il performer è già presente in un paesaggio lunare dalle tinte scure, una superficie sconnessa e ondeggiante fatta di pannelli sovrapposti. Le scene si svolgono senza soluzione di continuità attraverso archetipi ereditati da artisti in apparenza lontanissimi fra loro: una scarpa che ha radici profonde nel terreno ricorda l’immaginario di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, uno degli esponenti di punta dell’arte povera. In comune con Papaioannou, attraverso le loro creazioni raccontano la storia di una umanità in crisi e sempre alla ricerca di una rinascita, di una via d’uscita dall’ineluttabilità del Tempo e che rifiuta la morte.

Per quanto scontato possa essere, Dimitris Papaioannou riesce nel tentativo che molti coreografi – forse perché non propriamente tale – cercano di raggiungere: riportare il corpo ad essere il portatore di significato, testimone della visione dell’artista. Il corpo del performer decide da che parte stare, si scompone, si deforma e si fa sviscerare; entra ed esce dal terreno e da altri corpi e ripete in maniera compulsiva un atto, come un Sisifo condannato a ripetere lo stesso ciclo.

Lo spettacolo scorre senza picchi di energia eccessivi, sempre attraverso tableaux di grande respiro e spesso intervallati da attese, interruzioni e sguardi che richiamano il teatro di Beckett: l’unico momento che può essere definito propriamente “di danza” si concentra nello splendido e raffinato gioco di mani e di articolazioni di uno dei danzatori, incantando il pubblico, ma viene bruscamente interrotto dalla rottura di un pannello: a scapito del piacere estetico comune, Papaioannou ci dice cosa pensa della danza. Non è gioco tecnico né piacere edonistico e autoreferenziale, ma è solo un momento di scoperta del corpo, funzionale a qualcosa di più grande. Quella che crea non è danza, e lui non è – solo – un coreografo: ma della danza prende la primordialità del movimento, non si sofferma sulla contemplazione estetica se non per riportare tutto al umano nudo e crudo, alla performatività come mezzo di comunicazione con l’altro.

Attraverso i molteplici riferimenti all’arte fiamminga e rinascimentale – gli esempi più evidenti sono le Lezioni di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt (1632) che si trasforma in un banchetto composto dalle viscere dell’uomo, un Cristo Morto di Mantegna (ca. 1500) il cui corpo viene continuamente coperto e svelato, ma anche nel tema della Deposizione di Caravaggio (1602 ca.) e negli incarnati fiamminghi di Van Der Weyden – in questo spettacolo si procede in un continuo ciclo di fecondità, giovinezza, invecchiamento e rigenerazione. Il rapporto fra un’umanità sviscerata e ricomposta con cura e la terra da cui proviene, che rigetta continuamente i corpi dei performer. L’uomo è rappresentato come colui che domina il mondo su cui sta in equilibrio, ma il memento mori è quello rappresentato nel suo scheletro.

Di questa sequenza instancabile ci rimane un solo elemento, che con il suo soffio fa volteggiare un fazzoletto: un gioco infantile ma che rivela la leggerezza e la ineluttabilità del nostro vivere.

Di Andrea Zardi
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