#AnticipAzione: Hamletas, storia di un’anima rivoluzionaria. Intervista a Sarah Biacchi

Il 6 Agosto presso il Teatro del Satiro Off di Verona, andrà in scena Hamletas, primo studio dell’opera shakespiriana tutto al femminile (maggiori informazioni). Sarah Biacchi, regista e ideatrice del progetto, ci svela la genesi dello spettacolo e le scelte artistiche:

Ciao Sarah, iniziando da qualche nota sul tuo percorso artistico ci racconti come e quando nasce il progetto Hamletas?

È una buona idea partire dal mio percorso perché oltre che attrice e regista io sono musicista. Una musicista innamorata dei grandi strumenti. Negli anni ho sofferto i tanti spettacoli visti sui nostri palcoscenici dove le attrici venivano utilizzate per suonare minuetti e valzerini, in un sacrificato contraltare a ruoli maschili smisurati. Ho visto artiste di immenso talento ed esperienza che avrebbero potuto suonare Wagner e Beethoven, per restare nella metafora, essere costrette a fare miracoli da uno spazio sempre più stretto, col solo uso delle loro corde. La loro personalissima potenza. Ma ho sentito questa emozione con attrici di profonda esperienza e sicurezza, con anni di lavoro sulle spalle e capacità interpretative inequivocabili. Il progetto Hamletas nasce dal mio amore per le interpreti fuoriclasse, che oggi hanno corde per interpretare molti più ruoli di quanti siano stati scritti loro.

Ci parli dal punto di vista contenutistico di Hamletas, partendo proprio dalla scelta del titolo?

Il titolo “Hamletas” è stato utilizzato nel 2002 dal maestro lituano Eimuntas Nekrosius, e ha in sé la lettera “A”, con una ” s” che la segue per sottolineare la puralita’. Esiste veramente una leggenda nordica che racconta di come Amleto fosse in realtà una donna costretta ad essere uomo per motivi dinastici. Ma per come la vedo io qui il genere è davvero l’ultimo dei problemi. Nel 2016 la casa circondariale di Rebibbia ha prodotto un Amleto interamente femminile diretto da Michele Sciancalepore, nel 1999 Valter Malosti fece parlare tutte le donne di Amleto da qualsiasi punto di vista: corale, archetipico, oratoriale. Negli anni sono stati fatti molti riusciti progetti su questo testo, da “Hamletelia” della bravissima Caroline Pagani a “Ghertruda” con Laura Piazza, alle decine di laboratori che indagano questo connubio fra Amleto e il femminile.

Il nostro percorso invece parte dal testo originale dell’edizione di Carlo Cecchi senza assumere un punto di vista, senza prendere posizioni specifiche. Solo la storia di Amleto, con le sue battute e i suoi personaggi che prendono carne e vita.

Voglio partire da Amleto perché per me è Alfa e Omega. Riassume tutto il viaggio dell’essere umano su questa terra. Non importa chi o cosa sia, Amleto rappresenta una certa qualità di anime che sono chiamate (“vocate”, appunto) a un compito esistenziale che condizionerà molte e molte altre esistenze ad esse collegate. In un ipotetico “viaggio dell’eroe” ad Amleto viene soprattutto richiesto di salvare un piccolo mondo individuale per salvare un’intera nazione, un’etica, un aspetto in cui il mondo si sia storto verso il male. E Amleto lo fa. Ma non con la spavalda incoscienza di Rinaldo o di Achille, ma con la disperata complessità della consapevolezza di essere incompleto, fallibile, imperfetto. Con la certezza di essere “nato sbagliato”, e quindi incomprensibilmente chiamato ad un compito più grande delle proprie possibilità.

Questa fragilità, questo senso di “essere a servizio” di una causa in cui percepiamo le nostre mani come insufficienti, e in cui ci scontriamo con le crepe di impotenza che leggiamo nella nostra immagine, sta tutta la magnificenza di Amleto.

Com’è avvenuta la scelta delle attrici?

Amleto come lo conosciamo, in fondo è la storia di un’anima. Io ho cercato quest’anima, per qualche anno. E l’ho trovata fra i gesti di un’attrice di cui non posso fare altro che raccontare la caleidoscopica gamma espressiva, Francesca Ciocchetti, a cui fa da contraltare un cuore che si spezza con pudico rumore, un crac percepibile senza che il suo viso tradisca un accenno della sofferenza. Solo un leggero aggiustamento delle spalle, quasi portare un immenso peso fosse una missione destinica.

Accanto a lei ho immaginato una madre di altrettanta sensibilità: un’attrice che ha segnato la mia immaginazione teatrale per tutta la mia formazione, Mascia Musy. In lei vedo tutto quello che la contraddizione fra potere e disperazione può deflagrare in una disperata richiesta di accettazione, di necessità, di umanissimo attaccamento a ciò che ci tene segregati qui, in questo luogo che non sappiamo perché costretti ad abitare.

Nel corso di questo viaggio, su un palco romano ho incontrato poi un’artista che sembrava non solo un’essere mitologico, ma un incrocio perfetto fra padronanza ed esplosione. Mi ha schiaffeggiato facendomi pena, in scena, e a questo non sono abituata. Avevo incontrato Claudio nei panni di Ludovica Modugno. Vicino a queste tre enormi figure ho incontrato su una scena napoletana una fragile anima anch’essa frantumabile, ma in pezzi più piccoli. Federica Sandrini, una giovane creatura nei cui occhi leggo amore e spavento e coraggio e follia. Le ho chiesto di essere innamorata di Amleto e di morire per lui, e lei ha accettato di trovarsi nella difficile parte di un’Ifigenia dell’uomo che ama. Poi dopo anni di stima brillante e sempre crescente ho scoperto che l’anima di Polonio si nasconde nel tono scanzonato, divertito e apparentemente rassicurante della pluripremiata Debora Zuin, attrice ruvidissima e morbidissima, con corde al tempo stesso spiazzanti e precise come un bisturi. A questo punto mi sono resa conto che anche le altre parti mi parlavano da anime femminili, da interpreti che da anni si sono distinte sulle nostre scene. Elena Aimone, Caterina Gramaglia, Francesca De Nicolais, Serena Mattace Raso, Tullia Daniele, Diletta Acquaviva.

Tutte queste attrici insieme hanno accettato di imbarcarsi in un’impresa titanica, innovativa, rivoluzionaria. Creare un gruppo di prime attrici, che collaborando raccontassero la storia di Amleto, un viaggio in cui dobbiamo e possiamo fare riconoscere lo spettatore, senza domandarci perché.

Perché donne che interpretano personaggi maschili?

Perché siamo corpi e anime. Corpi coraggiosi, corpi espressivi, corpi che non devono essere catalogati ed etichettati in pura aderenza, ma utilizzati ed esplorati nelle pieghe di conoscenza indiretta. Perché il mondo è cresciuto, è diventato adulto, ed è pronto a questa rivoluzione (la direttrice del Globe Theater di Londra ha espressamente promosso spettacoli in collaborazione in cui venissero utilizzate donne anche in abiti maschili). Perché il futuro ci è a un passo, e vogliamo provare a toccarlo, esattamente come quando Shakespeare scriveva e Ofelia o Gertrude erano interpretate da uomini.

Vogliamo andare oltre, e vogliamo farlo per mano a una casa che ci accolga. Al momento abbiamo una “gestazione”, un grembo in cui esplorare e fare crescere le prime prove dello spettacolo. Devo ringraziare appunto Casa Shakespeare di Verona e il direttore artistico Solimano Pontarollo che produce questo primo studio. Desidero che chiunque assista a questo progetto si dimentichi che “gli uomini sono fatti da donne”, ma veda semplicemente dei personaggi, credibili, vitali, veri. Solo allora, e solo in quel momento, avremo vinto la nostra sfida.

Quali sono i vostri progetti in cantiere per il futuro?

Al momento il futuro si ferma il 6 di agosto a Verona, nel corso della nostra prima prova aperta. Saremo sulla Darsena, ovviamente ancora in work in progress, ma in un primo vero confronto con il lavoro, per capire cosa stiamo costruendo e se siamo nella direzione giusta. Nei giorni di lavoro produrremo inoltre un cortometraggio di documentazione del backstage, sul modello di “Looking for Richard”, e le ultime sere veronesi il pubblico avrà la possibilità di conoscere i personaggi in delle interviste aperte. Questo lavoro è talmente delicato che non possiamo che intraprenderlo con rispetto e calma. Sono certa che se troveremo la chiave, andrà avanti da se’. Vi aspettiamo a Verona.

Condividi: