La dialettica scenica di Frosini/Timpano attraverso la storia di Italia

Abbiamo il piacere di ospitare in un’intervista esclusiva su Theatron 2.0 gli spunti e le riflessioni personali di Daniele Timpano ed Elvira Frosini protagonisti della retrospettiva “Ritratto d’Artista” recentemente conclusasi al Teatro India dove i due performer sono andati in scena con quattro degli spettacoli con cui sono saliti alla ribalta della scena romana e nazionale. A partire dall’ultima fatica Acqua di Colonia – già al debutto col botto nel novembre scorso presso il Teatro Quarticciolo per Roma Europa Festival – si sono poi succeduti in rapida sequenza ottenendo tutti sold-out: Aldo Morto, di e con Daniele Timpano, vincitore del Premio Rete Critica 2012 e del Premio Nico Garrone 2013 per il progetto Aldo morto 54 (54 giorni di repliche dello spettacolo e di auto-reclusione di Daniele Timpano in streaming in una cella ricostruita appositamente) Digerseltz, di e con Elvira Frosini e infine Zombitudine. Martedì 14 marzo ore 20.30 la Compagnia Frosini/Timpano sarà all’Institute Culturel Italien de Paris | Istituto italiano di cultura di Parigi con ZIBALDINO AFRICANO, la prima parte di  Acqua di Colonia, all’interno di una serata con Carlo Lucarelli e Giulia Caminito tutta dedicata a “L’Africa degli italiani”, una partecipazione speciale allo spettacolo di Shelina Scaravelli.

Il 6 febbraio avete presentato presso la sala Squarzina del Teatro Argentina il libro tratto dallo spettacolo “Acqua di Colonia” edito da Cue Press. Come è nata l’idea di lavorare sul tema del colonialismo?

L’idea di lavorare sul colonialismo italiano nasce dal nostro interesse per il presente che viviamo ed il suo rapporto con la storia, o meglio i rimossi della storia e le sue stratificazioni. Come tutte le cose nasce anche da incontri, letture, discorsi, pensieri. In questo caso l’incontro con la scrittrice Igiaba Scego è stato importante: dopo aver letto il suo libro “Roma negata”, realizzato con Rino Bianchi. Da lì, da questa lettura, è venuto alla luce, diciamo che è emerso pienamente alla coscienza, il desiderio di scavare nelle tracce che il colonialismo ha lasciato nelle nostre città, nei nostri pensieri, nel nostro linguaggio. Ci siamo resi conto che eravamo tutti un prodotto del pensiero coloniale. E soprattutto ci siamo resi conto che tutto ciò, alla coscienza nostra, e di tutti, era nascosto, occultato, rimosso e mascherato.

Come si è strutturato il lavoro di costruzione drammaturgica fra materiale testuale e quello storiografico?

La costruzione drammaturgica è sempre un lavoro di raccolta, sovrapposizione, decantazione. Abbiamo studiato per due anni e raccolto appunti sui materiali più disparati. Materiale storiografico, canzoni, fumetti, immagini, pubblicità, letteratura, notizie, e non solo del periodo coloniale ma anche del dopoguerra e fino ad oggi. Da lì sono nati vari testi e ipotesi di strutture, sui quali poi abbiamo cominciato a ragionare, a scegliere, e poi a scrivere.

Nei vostri spettacoli è cruciale l’attenzione per la questione della memoria collettiva o per meglio dire, del rimosso storico. Quanto è presente l’eredità coloniale e razzista nel nostro retaggio culturale? Quali sono state le risposte che avete ricevuto dal pubblico durante questo periodo di rappresentazione in giro per l’Italia?

Beh, come dicevamo prima il pensiero coloniale e razzista è presente in noi sotto forma di qualcosa di scontato, di naturale. Quando apriamo la Settimana Enigmistica e troviamo le vignette con il selvaggio con l’anello al naso e l’osso tra i capelli lo troviamo naturale, lo stesso film campione di incassi di Checco Zalone, Quo vado, del 2016, si apre in un villaggio africano tra i selvaggi con tanto di lance e abiti tradizionali, mentre la pubblicità dei Biscotti Cà Cao della Divella ha per soggetto l’amore tra il padrone della piantagione, un bianco col cappello alla Indiana Jones circondato da sacchi di cacao, ed una schiavetta nera con tanto di fazzoletto in testa. Ma basta pensare alle semplici confezioni del Caffè. Non sono in molti a farci caso ma, da questo punto di vista, siamo costantemente circondati. Gli stessi classici della nostra letteratura, italiana ed europea, molti dei quali sono nati durante il periodo di massimo apice del dominio europeo sul 90 % del resto del mondo, sono impregnati di un atteggiamento paternalistico di superiorità, dove l’altro esiste comunque in funzione nostra, come forza lavoro o come merce, come ribelle da reprimere o come fedele vassallo da premiare, se non addirittura pensato come antropologicamente inferiore. E questo molto prima che uscisse il primo numera della rivista “La difesa della razza” nel 1938. Da piccoli, quando leggevamo per esempio Robinson Crusoe, nessuno di noi trovava niente di particolare o di esecrando nel fatto che il protagonista avesse una piantagione in Brasile e naufragasse per finire sulla famosa isola deserta proprio mentre stava trasportando un carico “di negri” da “vendere” a basso costo ai suo colleghi possidenti. Quando leggiamo “Mansfield park” di Jane Austen e ci appassioniamo a questo grande romanzo, anche d’amore, ambientato nell’Inghilterrra vittoriana, a stento registriamo il fatto che se uno dei personaggi del romanzo non fosse per tre quarti del romanzo assente, impegnato nelle sue piantagioni d’oltremare ad Antigua, il mondo stesso in cui abitano i personaggi, i loro piccoli problemi, gli abiti che indossano e la grande casa dove abitano non esisterebbero. Quando leggiamo i romanzi di Sandokan parteggiamo naturalmente per i pirati della Malesia contro i cattivi inglesi ma raramente pensiamo che in Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia ci siamo comportati in maniera non dissimile dal Rajah bianco di Sarawak. Le reazioni degli spettatori finora sono state anche molto diverse. Spesso di sorpresa, per fatti e personaggi che non conoscevano, soprattutto per la scoperta di tutta una serie di cose che non mettevano in relazione con l’Africa e il colonialismo, a volte di fastidio, sempre di curiosità e di interesse. C’è anche qualche aneddoto commovente. Ne raccontiamo uno: quando abbiamo presentato il primissimo studio del lavoro, al Festival delle Colline Torinesi, una signora ci ha avvicinato dopo lo spettacolo e ci ha raccontato di avere riconosciuto una canzone di cui accenniamo il motivo nello spettacolo, Banane gialle (Carlo Buti, 1934), che non conosceva, ma che aveva sentito cantare dalla mamma molto molto anziana, scomparsa pochi mesi prima. Ci ha ringraziato molto perché grazie a noi è riuscita a collocare in un contesto un suo ricordo personale.

A partire da Sì, l’ammore no, primo spettacolo che vi vede insieme sul palco, passando per Zombitudine fino ad Acqua di Colonia. Quali sono i segni di continuità, rispetto sia alle tematiche sia alle modalità artistiche, che caratterizzano questo percorso di ricerca condivisa? Com’è cambiato il modus operandi nella creazione degli spettacoli teatrali da quando collaborate?

È stato un percorso di continuo affinamento. Abbiamo fortunatamente capito che interessi, tematiche e modalità artistiche erano vicine, ma abbiamo dato spazio anche alle nostre diverse peculiarità. Già in Sì l’ammore no, pur essendo il primo lavoro insieme, crediamo si rintraccino tematiche e modalità di approccio e di linguaggio che poi ritroviamo in seguito: uno sguardo sulla coscienza e l’immaginario collettivi, sui rapporti di potere che ci governano, sul nostro pensiero come prodotto di una costruzione culturale intesa in senso ampio, dalla cultura alta al pop, la necessità per noi di far collidere le certezze o ciò che diamo per scontato o naturale, o far riemergere i fantasmi e i rimossi. In Zombitudine, passando però per i fondamentali Aldo morto e Digerseltz nei quali continuiamo questa ricerca anche se in ambiti tematici diversi, il nostro sguardo è affondato nel presente e nella disperata mancanza di coscienza collettiva e di uno sguardo politico, nell’esautorazione individuale e collettiva di cui siamo tutti protagonisti. In tutti questi lavori per noi c’è in ogni caso uno scavare nel nostro rapporto con il mondo e con l’altro: nel caso di Sì l’ammore no è l’altro genere ed il rapporto di potere, costruito e rimosso, dato per scontato e imprigionato in cliché, tra uomo e donna; in Zombitudine l’altro è chiunque non sia tu, in una confusa e disperata ricerca e paura di un nemico, ma emerge chiaro che l’altro, lo Zombi, il subalterno di origine coloniale, siamo noi. La testolina nera di bimbo che appare in Zombitudine è già un presagio ed una introduzione ad Acqua di colonia, come anche in Sì l’ammore no vediamo, nel finale, un collegamento tematico e di linguaggio con Acqua di colonia. Il suo finale, infatti, è una marmellata di immaginario canzonettistico italiano, una serie di canzoni italiane famose e impiantate nel nostro immaginario montate sul basso continuo di “Faccetta nera” che le sintetizzava e riassumeva tutte. “Faccetta nera” lì rappresentava la persistenza di un immaginario maschio-centrico e un po’ reazionario che pure fa parte dell’immaginario italiano. Acqua di colonia prosegue e amplifica il discorso.

Il Teatro India ha di recente ospitato una retrospettiva dedicata alla vostra carriera. È un grande traguardo per la vostra carriera. Cosa provate in merito? Era questa una delle possibili destinazioni che immaginavate quando avete iniziato a fare teatro?

Ne siamo molto felici, naturalmente. Non sappiamo bene cosa avevamo in testa quando abbiamo cominciato a fare teatro, sicuramente il desiderio di farlo, al meglio possibile. Avere una retrospettiva nel teatro più prestigioso della tua città è senz’altro una soddisfazione, soprattutto in un momento così difficile per Roma. Soprattutto in un Teatro come il Teatro India, che ha significato e significa molto nella biografia teatrale della nostra compagnia, come di quella di tutta la nostra generazione teatrale. In questo spazio donato alla città da Mario Martone nella sua breve direzione artistica del Teatro di Roma nel 1999, batte forte il nostro cuore artistico, qui è nato un Festival come Short theatre, qui abbiamo visto per la prima volta gli spettacoli di Danio Manfredini e di moltissimi artisti della scena contemporanea nazionale, qui sono passati parecchi nostri lavori, è il caso di “Dux in scatola” nel 2006 e dello stesso “Aldo morto”, presentato per la primissima volta in anteprima a Short theatre nel 2011, ma anche del nostro “Zombitudine”, sul quale abbiamo cominciato a lavorare durante quella grande (e contradditoria) esperienza di residenza collettiva, durata alcuni mesi, che è stata il progetto “Perdutamente”, vero e proprio cantiere di lavoro, fortemente voluto dall’allora direttore Gabriele Lavia, che ha coinvolto 18 compagnie della scena indipendente romana nell’autunno del 2012. Molti dei lavori abbozzati al Teatro India in quei pochi mesi sono diventati poi lavori compiuti. Così è stato anche per noi: continuammo a lavorare a Zombitudine per debuttare l’autunno successivo al Teatro della Tosse di Genova, nel frattempo diventato coproduttore del lavoro. Siamo molto felici che alcuni dei nostri lavori, grazie ad Antonio Calbi, possano ora tornare nel posto dove sono nati.

Come nasce e quali sono stati gli sviluppi dello spazio Kataklisma in Roma?

Nasce nel 2002 ed all’inizio era gestito dalla sola Elvira, poi dopo il nostro incontro lo gestiamo insieme ed è per noi un atelier di creazione, uno spazio di incontro in cui incrociare esperienze, un luogo di formazione. È uno spazio di lavoro, di prove, di laboratorio. Negli anni ha realizzato incontri fra artisti, rassegne, eventi come: Generatore X, dal 2004 al 2006, piccola rassegna di spettacoli; Uovo, dal 2005 al 2007, spazio libero di incontro fra artisti e pubblico in cui si mostravano e discutevano insieme lavori in nascita, studi, prove aperte; Novo critico, dal 2008 al 2011, incontri tra artisti, critici e pubblico che ha avuto molto successo; Ecce performer, dal 2010 al 2012, progetto di formazione per attori e drammaturghi realizzato in collaborazione con Attilio Scarpellini. In questo spazio teniamo anche la nostra scuola annuale di teatro ed i nostri workshop, ma ha ospitato e ospita anche laboratori e master classes di altri artisti.

Come vi approcciate alla dimensione didattica e pedagogica dell’arte teatrale nei KataLab, i corsi di formazione e workshop per attori/performer che annualmente organizzate?

La formazione per noi è stimolante. In sostanza il laboratorio è un momento importante di scambio, uno spazio ed un luogo in cui mettiamo in campo e condividiamo il nostro percorso e la nostra ricerca. Più che una classica scuola si tratta di un atelier di compagnia in cui ci si forma anche ad una idea di teatro e, fondamentalmente, ad avere una propria idea del teatro. Molti temi dei nostri lavori attraversano il nostro corso di formazione che diventa una fucina creativa e di scambio. Da tre anni abbiamo innestato nella scuola annuale il workshop intensivo di drammaturgia Corpo scritto, in collaborazione con Attilio Scarpellini, in cui i drammaturghi lavorano a stretto contatto con la scena e con gli attori, ed è un progetto che funziona molto bene e che offre anche uno spazio di confronto ai giovani drammaturghi.

Una piccola anteprima di un vostro prossimo progetto?

Ancora troppo presto per annunciare i futuri progetti. Abbiamo faldoni di appunti top secret, in parte confluiti in alcuni file di progetti top secret. Abbiamo appena debuttato con Acqua di colonia e ci prendiamo il giusto tempo per decidere i prossimi lavori. Possiamo dire che ci sentiamo in un momento molto positivo, che è sia di rilancio che di stabilizzazione, in cui molte direzioni ci sembrano possibili. Di sicuro vorremmo riprendere il progetto “Pirandello ha rotto il cazzo – I classici siamo noi”, che è un progetto di committenza, in cui chiediamo ad altri autori contemporanei viventi di scrivere dei testi per noi, che ha prodotto quest’anno lo spettacolo “Carne”, con drammaturgia di Fabio Massimo Franceschelli e regia ed interpretazione nostra. Sempre quest’anno abbiamo fatto anche la regia di un testo di Fabio Fassio con produzione Teatro degli Acerbi, “Wild West Show”, in cui eravamo solo registi, che sta andando molto bene e ci sta dando qualche soddisfazione. Vorremmo esplorare anche questa direzione, diciamo così, più “registica”. Siamo aperti un po’ a tutto, e curiosi. Sarebbe bellissimo se qualche Ente lirico ci commissionasse la regia di un’opera. Insomma, un bel Verdi, o meglio ancora uno Jacopo Peri ed un Monteverdi (adoriamo i primi melodrammi del ‘600!) o direttamente una Teatralogia dell’anello di Wagner (adoriamo anche Wagner!) sarebbero per noi un bel campo di battaglia. Per quanto riguarda invece la nostra nuova produzione, la nostra futura nuova drammaturgia, come dicevamo prima, dobbiamo ancora ragionarci molto bene. Rimanere sul filone più “storico”, legato all’identità nazionale del nostro paese, oppure approndire il filone più semplicemente “drammaturgico” della nostra produzione, scrivendo un bel testo su quello che ci pare, senza doverci sentire costretti dentro l’etichetta dei “provocatori delle coscienze” (che tanto lo saremmo comunque!) con cui molta critica italiana pare volerci chiudere in una tomba anticipata, sia pure con stima e con amore.

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