THEATROPEDIA #9 – Interviste elucubrate: Shakespeare

23 aprile 1612. È da un giorno che sto viaggiando su un carro per giungere da Londra ad un paesino che dista 150 km, Stratford-upon-Avon e mi dicono che siamo arrivati, mancano pochi metri, l’emozione è palpabile, stiamo per fermarci davanti casa del drammaturgo più noto al mondo: William Shakespeare. Da un anno circa si è ritirato nel suo paese natale, dopo una vita di successi londinesi, e cerchiamo di “estorcergli” bonariamente un’intervista nel giorno del suo compleanno. Ecco giunti a casa Shakespeare, ci viene incontro una ragazza, Susanna, sua figlia, mi dice che il bardo mi sta aspettando, non c’è più tempo, è l’ora.

THE: Salve, sir Shakespeare, siamo quelli di Theatron 2.0.
 
SHA: Siete quelli di cosa?
 
THE: Theatron 2.0.
 
SHA: Cos’è una compagnia teatrale, da dove venite? Londra? Birmingham?
 
THE: Italia.
 
SHA: Ah, italiani, cioè?
 
THE: Scusate… (tra sé) dimentico sempre di ricordare che io vivo nell’Italia unita ma che adesso è un po’ diverso… (al bardo) Siamo del Regno di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, dello Stato della Chiesa e dei Presidi, del ducato di Modena, di Firenze, di Parma, di Milano, di Savoia, del marchesato di Monferrato, di Mantova e della Repubbliche di Genova, Lucca e Venezia.
 
SHA: Va bene, lasciamo che sorvolino in altre sponde le provenienze delle vostre membra, ditemi il vento che vi ha sospinti qui al mio cospetto.
 
THE: Ah, perché siamo qui? Per farvi alcune domande.
 
SHA: Alcune, alcune… hm… alcune… perché non farle tutte? Quale cernita avete adoprato per sceglierne alcune invece d’altre?
 
THE: Ehm… diciamo che sono tutte.
 
SHA: Io non so se fidarmi ancora di voi, non sareste mica messi della compagnia The King’s Men, io non scrivo più, già lo dissi a Burbage che…
 
THE: …sentite, vi dobbiamo dire che non siamo di quest’epoca, siamo del 2016, veniamo in questo giorno perché sappiamo che è il vostro compleanno e vorremmo porgervi gli auguri.
 
SHA: Già è cambiato il vento che vi ha sospinti da me, signori io rimango senza parole davanti a chi mi offre moltitudini di fonemi alla rinfusa.
 
THE: Andiamo alle domande, scusateci. Conoscete la nostra epoca?
 
SHA: Adesso si ritorna alle questioni. Mi si domanda se conosco la vostra epoca. Devo rispondere, orbene vi rispondo così: avrei preferito conoscerlo di notte, il vostro tempo, nell’oscurità delle tenebre per racchiuderlo in un mistero da scoprire e che non si svelasse alla luce del giorno quel che invece potei osservare.
 
THE: Che cosa ha osservato?
 
SHA: Niente, niente e poi niente e tutti questi niente uniti facevano il troppo, l’insopportabile.
 
THE: Ma lo sa che lei ancora oggi è il drammaturgo più rappresentato anche nell’odierno teatro?
 
SHA: Già, io poi vorrei dimandare a chi ne ha potere chi ve lo concede questo permesso?
 
THE: Beh, in Italia, la SIAE.
 
SHA: Cosa, chi è questa signora?
 
THE: No, è un ente che tutela i diritti degli autori. 
 
SHA: Ed io sarei da tutelare?
 
THE: Certo, è un patrimonio.
 
SHA: Scusatemi ma un patrimonio per chi? Per me?
 
THE: Ehm… non proprio, per chi sfrutta la vostra opera.
 
SHA: Prima mi sfruttate, deturpate, poi vi prendete anche i ricavi del sopruso?
 
THE: Ehm… ma non siete contento che le vostre opere a distanza di cinquecento anni vanno ancora in scena?
 
SHA: Lo sarei, forse, se fossi in vita… e scriverei magari lì da voi altre cose che non ebbi modo di scrivere perché vissi in quest’epoca odierna. Mi dimando però: cosa fanno gli uomini nella vostra epoca? Non scrivono? Non urlano il marcio dei regni moderni? 
 
THE: Ehm, c’è chi scrive ma chi li ascolta? Non sono tante le persone che vanno a teatro, e poi è troppo dispendioso. Non ci sono tournée per drammaturgie contemporanee.
 
SHA: E le compagnie reali del re, cosa mettono in scena?
 
SHA: Da noi non ci sono regni monarchici, sono quasi tutte repubbliche, stati.
 
SHA: Compagnie di Stato, allora.
 
THE: Ehm, beh lo Stato non è che proprio abbia compagnie, è un po’ diverso da questa vostra epoca, non tutela il teatro, siamo in crisi.
 
SHA: Beh, che siete in crisi si era inteso dalle prime lettere pronunciate e dai miei primi intendimenti del vostro mondo. Tutto è strano lì, tutto è marcio… voi tutelate me e non tutelate il teatro dove le mie opere vanno in scena? Cos’è questo, un ossimoro o io non odo più bene parole che si dicono?
 
THE: Noi la tuteliamo e ancora oggi abbiamo una stima immensa della vostra opera, guardi le mostro queste locandine. (gliele mostra) Sono migliaia di suoi spettacoli in scena.
 
SHA: (guarda le locandine) Mi volete far credere che vanno in scena ancora spettacoli che denunciano gli immani problemi politici di fine cinquecento britannico?
 
THE: Anche… ma i problemi sono sempre più o meno gli stessi, il potere cambia veste ma non la sostanza.
 
SHA: (c.s.) Ma io leggo spesso questa parola dispregiativa: adattamento… per quale ragione dovrei essere, allora, adattato?
 
THE: Beh, spesso per mettervi al passo con l’attualità e spesso anche perché così, per la verità, i diritti dei vostri testi vanno agli elaboratori, traduttori o adattatori delle vostre opere… per dovere però vi citano.
 
SHA: Ma come? Gli altri si prendono i miei diritti per dovere?
 
THE: Ma voi siete morto!
 
SHA: Ma perché non scrivono loro?
 
THE: Ma chi adatta e elabora è uno scrittore dalle nostre parti.
 
SHA: Ah beh voi lo chiamate scrittoio, noi lo chiamavamo scrivano, più o meno…
 
THE: No, non avete capito: scrittore, autore, drammaturgo.
 
SHA: Sentite, mi si tolgano queste pagine offensive di dosso e porgetemi le vostre terga dinanzi alla mia faccia nel mentre si accomodano fuori.
 
THE: No, ma perché fate così? Non ce lo aspettavamo.
 
SHA: Quando io scrivevo un’opera, il mio intento segreto era quello di giungere a comunicare certe cose agli spettatori. “C’è del marcio in Danimarca!”, l’avete presente questa frase?
 
THE: Sì, Marcello nell’Amleto.
 
SHA: La gente lì fuori sa che quel personaggio, Marcello, sta dicendo in realtà che c’è del marcio in Scozia, dopo lo scandalo di Maria Stuarda. Pensavo che il teatro avesse preso questa strada, la strada della denunzia sociale, politica, quella stessa ragione per cui nacque la tragedia greca.
 
THE: Ah, conoscete la tragedia greca?
 
SHA: Ma per chi mi avete preso, per un povero di mente? 
 
THE: Beh, però anche voi, si sa, non avete rispettato le unità aristoteliche, ve ne siete un po’ infischiato delle regole drammaturgiche.
 
SHA: Certo, questa non è l’epoca delle unità aristoteliche, c’è bisogno di ampliare gli orizzonti. Ve ne infischiaste voi delle mie regole, allora sì che vi divertireste.
 
THE: Beh, guardate, noi in realtà da tempo ce ne siamo infischiati, lo conoscete il cinema?
 
SHA: Sì.
 
THE: Noi pensiamo che voi siete il primo sceneggiatore ante litteram del cinema. La complessità dei vostri testi, rendono i vostri copioni più cinematografici che teatrali.
 
SHA: Ah, pensa, noi li eseguiamo in teatro e non abbiamo alcuna sorta di problema.
 
THE: Sì, lo so. Ma è un po’ inverosimile, permetteteci, poco realistico. Solo per farvi alcuni esempi, come mettere in scena: La foresta di Birnam che si muove del MacBeth, l’isola de La tempesta, L’orso e la nave in scena, la Sicilia e la Boemia di fronte ne il Racconto d’Inverno?
 
SHA: Se la dici, è già scena. Se indichi che una bandiera è la Danimarca quando la bandiera si innalza si è in Danimarca. Ma anche un bambino lo saprebbe.
 
THE: Al cinema invece noi facciamo vedere la Danimarca grazie a scene realistiche.
 
SHA: A che pro?
 
THE: Per verosimiglianza.
 
SHA: Cosa fate dei quadri? Io racconto storie, metto in scena dubbi, sentimenti, rabbia, divertimento, voi cosa fate? Mettete in scena, montagne, mari, fiumi, nazioni?
 
THE: Non potete negare che il cinema sia più realistico, se lo conoscete.
 
SHA: Il cinema è dittatoriale, è per poveri di menti, vi dirige lui sul personaggio e quello che vuole sia il vostro personaggio, vedete tutto con l’occhio di quel personaggio. Al teatro, cari voi, vedete sempre in scena i personaggi anche quando non parlano, loro son lì, non se ne fuggono, non si eliminano, sono ombre, presenze, vestigi di coscienza. Siete voi i protagonisti, voi decidete chi deve vincere e chi perdere. Quindi il teatro è molto più realistico del vostro cinema.
 
THE: Capito, con voi non la si spunta.
 
SHA: Cosa dovete spuntare, qual arma dovete impugnare? Contro chi?
 
THE: No, è un modo di dire dei nostri tempi, scusateci.
 
SHA: Modi di dire? Ma non dite quello che dovete dire e dite modi di dire?!
 
THE: Un’ultima domanda, non vogliamo abusare della vostra pazienza, cosa consigliereste al Teatro dei nostri tempi?
 
SHA: Di farsi teatro. Di fare teatro. Non di mettere in scena del Teatro. Il teatro è un modo di vivere degli individui. Se gli individui non sono interessati alla vita si annoieranno al teatro perché in scena c’è un concentrato della vita. Se non sono interessati alla politica, al sociale, si annoieranno perché si parla di quello.
 
THE: Ma forse ci sia annoia perché è una cosa già saputa, seria, la gente è piena di problemi, per questo oggi è di moda il cabaret, il teatro comico, perché la gente vuole ridere, vuole dimenticarsi i guai.
 
SHA: Vuole dimenticarsi di se stessa. Si disinteressa di se stessa. La gente non è più la gente, è un insieme di corpi umani resi corpi e non più umani. Non vuole sapere, non è curiosa, non è viva e quindi non è teatrale. Che si crede, che ai miei tempi non c’erano problemi? Appunto per questo la gente non doveva ridere.
 
THE: Caro bardo noi la salutiamo e portiamo questa preziosa e stravagante testimonianza ai vostri posteri e ai nostri coevi.
 
SHA: Scusate, voglio porvi io una questione a voi prima che andiate. Leggevo spesso sulle locandine che il 2016 è un anno speciale shakespeariano, i cinquecento anni di Shakespeare… perché?
 
THE: Beh, perché… sono passati cinquecento anni dal 1616.
 
SHA: E cosa c’entra il 1616, cosa succederà fra quattro anni?
 
THE: Beh… ehm… lo scoprirà solo vivendo o forse…
 
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