DIETRO LE QUINTE #1 – Storie maledette, su Raitre è in scena l’altra verità

Uno dei programmi simbolo della programmazione televisiva, Storie maledette, è tornato ad abitare il palinsesto di Raitre. Come di consueto, la compostezza e il rigore di Franca Leosini, accompagnati dai suoi tailleur d’antan e dal suo linguaggio inusitatamente ricercato, varcano le soglie dei penitenziari italiani per conoscere i protagonista della cronaca nera di ieri e di oggi. Ma era davvero necessario, nella galassia di Porta a Porta, Vita in diretta, Chi l’havisto, Quarto grado e via commentando, riproporre un format del genere e ingrassare ulteriormente il panorama della criminologia televisiva? 

A ben vedere, forse è proprio l’ipertrofia della chiacchiera, della continua e imposta esegesi sugli indizi, a salvare il ritorno televisivo della Leosini. Libera da intervalli musicali da film noir (esclusa la suggestiva sigla d’apertura e pochi altri momenti) e soprattutto dagli sforzi ricostruttivi dei tecnici dell’opinione, Storie maledette incentra il suo racconto sul (presunto) colpevole, sulla sua voce e sulla sua verità. Ma lungi dall’essere un semplice palcoscenico di rivalsa per chi continua a dichiararsi innocente (grazia a una conduttrice che ha piena contezza di tutti gli atti processuali, e che non esita a metterli sul piatto), la trasmissione si impegna piuttosto a scandagliare la mente criminale e le sue ragioni, gli impulsi dei delitti che diventano i disagi di un’intera società, o i semplici volti del male che per il solo male agiscono. Un appuntamento col crimine intimo e lento, ragionato, intento a fornire allo spettatore, oltre all’inquietudine di una vita deviata o incompresa, un affresco onesto ed essenziale sui moventi della colpa o sugli errori del sistema. Naturalmente non manca una dose di morbosità in questo incontro ravvicinato fra il nudo ‘criminale’, già disarmato dalla giustizia, e quella coscienza collettiva che, incarnata dalla giornalista, torna sul banco dell’ex imputato per chiedergli ancora una volta conto del suo peccato. Tuttavia, l’integrità degli intenti è ben dimostrata dalla scelta dei soggetti da intervistare, per lo più intercettati fra i protagonisti dei fatti meno clamorosi, o comunque in un momento in cui i riflettori dei processi mediatici e dei loro strascichi si sono già spenti. Nessun altro giornalista, ci si potrebbe scommettere, avrebbe altrimenti declinato apertamente le pressanti richieste provenienti dalle celle di Donato Bilancia, Pietro Pacciani e, soprattutto,  Annamaria Franzoni, magari rifiutata dalla Leosini dopo lo storico “ho pianto troppo?” nel salotto di Costanzo, o a seguito del numero esorbitante di puntate dedicate al caso Cogne da Bruno Vespa, impegnato  per anni a chiedere ai suoi ospiti, sempre quelli, se fosse possibile che la Franzoni avesse dimenticato ciò che aveva fatto. 

La storia di una trasmissione così longeva ha spesso avuto anche risvolti più profondi. Angelo Izzo, il mostro del Circeo protagonista di una puntata del 1998, dopo essere tornato ad uccidere nel 2004 in stato di semilibertà, scrisse una lettera alla Leosini per scusarsi con questa donna elegante e comprensiva che (errando) aveva creduto nella sua umana redenzione. Più rumorosa ancora la vicenda dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, le cui indagini vennero riaperte dopo che Pino Pelosi, che ancora nel ’94 confermava alla Leosini la sua colpevolezza, scelse la stessa Leosini, stavolta ad Ombre sul Giallo del 2005 e poi di nuovo a Storie Maledette del 2014, per affermare clamorosamente di essere innocente, e di aver sostenuto il contrario solo per proteggere la propria famiglia dalle minacce dei veri carnefici. E nemmeno mancano casi in cui la conduttrice abbia dichiarato di credere fermamente all’innocenza degli intervistati, come nelle vicende di Maria Luigia Redoli, la ‘Circe della Versilia’ condannata come mandante dell’omicidio del marito, e Patrizia Badiani, accusata di aver ucciso il compagno in combutta con l’amante.

L’edizione corrente di Storie maledette sembra anch’essa destinata a uscire dai suoi confini televisivi. Primo ospite è stato infatti Rudy Guede, unico condannato per il delitto di Perugia. Di fronte alle telecamere il giovane ivoriano ha ribadito, con inaspettata linearità, la sua non colpevolezza ed è sembrato accusare Amanda Knox e Raffaele Sollecito, una notizia che la Rai ha ben pensato di ospitare, per la prima volta nella storia del programma, in prima serata. Smentendo, certo, il gusto della Leosini per la discrezione ma confermando, però, quello per l’incolmabile iato fra ‘verità reale’ e ‘verità processuale’.

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