THEATROPEDIA #1 – Le origini del teatro

Siamo in un’epoca a noi molto lontana, potremmo dire nella notte dei tempi, in una sorta di palude, un uomo, qualcuno, emette un fonema, fa un gesto. Ad ascoltarlo, seguirlo, un altro essere umano, questi gli crede, sì, crede in quel fonema, in quel gesto, dà un significato al significante ed ecco le origini di quello che poi in tempi molto più vicini a noi si chiamerà: Teatro.

Da quel gesto, da quel suono, poi si può dire si consolideranno altri fenomeni, nasceranno uomini che per aver una certa dimestichezza con quei suoni e con le forze naturali acquisiranno, agli occhi dei più, un’aura magica che permetterà questi di accumulare ricchezze, terreni e divenire dei capi o dei re. Gli stessi, consci della loro potenza sovversiva, creeranno dei riti e dei miti che, trasmessi oralmente nelle generazioni successive, diverranno le tradizioni da cui partirà ogni cognizione di senso di un’intera popolazione. Ma in quel tempo, così lontano, probabilmente a distanza di pochi secoli se fossimo passati per quella palude, in quello stesso luogo avremmo sentito parlare di uomini saggi che di lì a poco, magari, avremmo potuto vedere esibirsi (ovviamente per quegli strani tipi così diversi da noi non era certo un’esibizione ma qualcosa di più importante, magico, sacro). Ed infatti pare già di sentirlo: è un vecchio uomo, indossa strani oggetti pieni di carica simbolica e gli uomini che lo attendono sono impazienti di guardarlo ballare, muoversi, dimenarsi e credono fortemente ai suoni che egli emette… il vecchio saggio alza verso il cielo quegli amuleti dal suo corpo, tutti i presenti si dimenano, gridano suoni a me ignoti ma che capisco essere di puro godimento interiore. Non ho dubbi, quel vecchio saggio è un attore-sacerdote, la prima forma coscienziosa del ruolo d’interprete anche se non minimamente accostabile a quella del futuro attore nelle odierne, sconsacrate accezioni di questa parola.

Si evince, dunque, che definire un periodo storico o peggio ancora una data certa sulla nascita del fenomeno teatrale è impossibile, com’è difficile spiegare che cosa significhi la parola Teatro. Potremmo, prendendoci il grosso rischio di essere incompleti, ridurre il teatro ad un assioma difficilmente discutibile: Il teatro è un evento spettacolare dal vivo che si ha quando vi è un attore (emittente) e uno spettatore (destinatario) e perché esso possa avere un esito apprezzabile sullo spettatore c’è bisogno che quest’ultimo firmi una sorta di “contratto fiduciario” e dia credibilità all’emittente.

Ed è proprio grazie a questo “contratto fiduciario” che i miti, i riti, possono interrompere poi tradizioni e cambiare interamente il comportamento di una società, tramite dei veri e propri “drammi sociali”, come direbbe l’antropologo Victor Turner. Il rito assolve dunque, in campo sociale, la stessa funzione che assumerà poi il teatro: quella di dare forma all’idea del mondo esterno, ignoto e imperscrutabile, e si propone come uno strumento perfetto per superare il conflitto che l’uomo per sua indole ha nei confronti di una realtà che spesso appare ai suoi occhi, indomabile.

C’è da dire che per attestare però la nascita del teatro, lo storiografo ha bisogno di segni tangibili e inconfutabili. Dobbiamo lasciare la palude dell’attore-sacerdote e giungere in tempi, si fa per dire, più recenti. Superare l’era glaciale, osservare i primi graffiti parietali ritrovati in alcune caverne d’Europa e d’Africa risalenti a ventimila anni fa, primi segni tangibili dell’esistenza effettiva dei riti e giungere al 600 a.c. circa, quando uno di quei riti, il ditirambo, un canto corale dedicato al dio Dioniso, eseguito tradizionalmente nell’antica Grecia, fu trasformato in una composizione letteraria da Arione di Metimna. Arione rivoluziona così definitivamente il rito. Infatti, esso, diviene d’ora in poi un segno tangibile e per la prima volta è possibile sapere dello stesso, non solo oralmente ma anche visivamente tramite lettura diretta.

Nel 534 a.c. un giovane greco, Tespi, probabilmente assistendo ad uno di questi cori tradizionali, sentì l’esigenza di qualcosa che rendesse il racconto più drammatico e realistico. Incominciò a fantasticare, pensò a come potesse fare e gli venne in mente che servisse qualcuno che in modo più o meno realistico recitasse alcuni passi salienti del ditirambo. Il passo dalla teoria alla pratica fu molto breve e aggiunse così per la prima volta l’attore, che altri non era che egli stesso, un attore, munito di maschera, che interpretasse vari ruoli a cui il coro facesse da contrappunto. Inoltre, non contento, per rendere la storia più avvincente inserì alla trama recitata del ditirambo brevi passi tratti dai poemi epici in voga nell’Attica del suo tempo, l’Iliade e l’Odissea.

Tespi inseriva quindi nell’impianto tradizionale rituale del ditirambo un elemento fondamentale di quello che poi sarà il teatro a venire, il dialogo. Cosicché, d’inerzia, il rito acquisiva un potenziale evolutivo molto ampio. Il neo drammaturgo ateniese aveva creato una rottura del sistema, un nuovo modo di intendere il rito. Stava mettendo in scena un “dramma sociale” difficile da far accettare al popolo abituato tradizionalmente a un genere di esibizione che intendevano sacra, ancora più arduo poi da proporre agli uomini di cultura di allora (il poeta Solone, ad esempio, s’oppose con durezza con appelli alla popolazione a disertare tali esibizioni) e, soprattutto, la libertà che Tespi si sarebbe presa, di solito, non è mai piaciuta ai tiranni e Atene era governata da Pisistrato, un dittatore, per l’appunto.

Non appena nata, quindi, l’idea di un nuovo rito/teatro si trovava a contrastare le prime censure, le prime difficoltà a cui Tespi seppe riparare con creatività. Si fece costruire, al di sotto d’una piattaforma lignea (adibita a palcoscenico), un carro movibile che permise all’attore/autore greco di girare tutta l’Attica con la sua compagnia teatrale, lontano dalle pressioni della tiranna censura, dando inizio alla prima tournée teatrale della storia e al teatro come “istituzione specializzata”.

Bibliografia essenziale:

– OSCAR G. BROCKETT – Storia del teatro, Marsilio

– CESARE MOLINARI – Storia del teatro, Laterza

– VICTOR TURNER – Dal rito al teatro, Il Mulino

– PIETRO SCARDURELLI – Antropologia del rito, Bollati Boringhieri

– MARCO DE MARINIS – Capire il teatro, Bulzoni

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