AS-SAGGI DI DANZA #4 – Ohad Naharin e il “linguaggio” GAGA

Il linguaggio della danza ha molti “vocaboli” con cui farsi comprendere, spesso legati a qualcosa di esterno a sé, ad un’immagine, un suono, un oggetto tangibile da poter facilmente emulare. Ma come ogni altra arte, anche quella tersicorea custodisce nel profondo un nucleo di emozioni che, a volte, si dimostrano più “eloquenti” di qualsiasi sequenza interpretativa a livello fisico.

Si tratta di una disciplina coreutica che travalica i confini del Mediterraneo occidentale per approdare in Asia Minore, e precisamente in Israele: Gaga, ideata e divulgata da Ohad Naharin, coreografo di danza contemporanea (classe 1952) a capo della Batsheva Dance Company. Proprio in questa compagine Naharin ha dato vita a questo movement language and pedagogy, sperimentando con e sui danzatori professionisti l’esercizio di profondo ascolto del proprio corpo, lungi dagli schemi che il training convenzionalmente impone. Non si tratta, dunque, di una tecnica né di un metodo. Non vi è alcun elemento performativo calcolato, imposto o dogmatico. Il solo scopo è quello di “dare voce” a ciò che si prova, ponendo il danzatore interessato nella condizione di mettersi in gioco emotivamente, andando a scavare nei meandri dell’io per disegnare, poi, col proprio corpo figure inaspettate, nuove, o magari simboliche di un bagaglio culturale spesso tralasciato.
Nelle poche istruzioni che il coreografo di Kibbutz Mizra conferisce ai performer vi è l’obbligo di non usare le scarpe e gli specchi: ogni centimetro dell’organismo deve sentirsi libero di dare sfogo a ogni sensazione confluisca al suo interno, bandendo senz’indugio l’immobilizzante senso di autocritica e inducendo ogni persona in sala a interagire con l’ambiente circostante captando vibrazioni e “comunicando” una danza difficilmente traducibile. Il silenzio è, dunque, doveroso, così come la puntualità, necessaria per intraprendere il percorso coreografico introspettivo nella perfetta sintonia del momento.
Un lavoro così certosino nella sfera sensoriale ed emotiva suscita inevitabilmente l’idea che la messa in pratica appartenga solo ai danzatori, ben preparati ad affrontare uno sforzo di tal misura. Sorprendentemente non è così: la scuola Gaga apre le porte anche a non-danzatori, richiedendo loro alcuna conoscenza o esperienza pregressa. Una vera e propria testimonianza dell’universalità di linguaggio che questo filone contemporaneo della danza intende promulgare intensamente, nel tentativo di impiantare nella semplicità del gesto la potenza del movimento, considerato dallo stesso Naharin «healing, dynamic, ever-changing».
Ogni opera portata in scena appare, quindi, come divulgatrice di un messaggio tanto globale quanto personale, racchiuso nell’essenza di ogni performer e donato al contempo a tutto il resto del mondo. Un’accezione politica evidentemente desiderata per infondere nell’animo degli spettatori una coscienza rinnovata della danza, per invogliare ad evadere dalla consueta ammirazione dell’apparato scenico sotto il profilo meramente tecnico. È il caso dello spettacolo Three (datato 2005 e recentemente in cartellone al Teatro Comunale di Modena), dove la fusione di tre diversi pezzi coreografici stimola una triplice visione prospettica del complesso insieme di emozioni che anima il corpo di un danzatore; oppure Max (2007), tripudio di convergenze tra spazio, movimento e luci – i tre elementi teatrali fondamentali per il coreografo israeliano.
Molte sfaccettature, insomma, di un significato nuovo attribuito alla dinamicità, corroborato dal bisogno di affondare nelle radici dell’universo sensoriale per ritrovare la linfa vitale di una danza che – forse – potrebbe essere compresa appieno da chiunque ne entri in contatto.
 
Link utili
Condividi: