1223 Ultima fermata mattatoio. Quando a negare ogni diritto siamo proprio noi

Apr 19, 2022

“La verità oltre un prodotto chiamato carne” recita il sottotitolo di 1223 Ultima fermata mattatoio, spettacolo di e con Elisa Di Eusanio e il ricercatore astrofisico e cantautore Emiliano Merlin, in arte un unòrsominòre. 
Una verità celata da nastri di cellofan e vaschette di polistirolo, fatta a pezzi e riassemblata come gli animali da macello nati al solo scopo di morire. 

Le brutali pratiche dell’industria zootecnica intensiva sono al centro del lavoro di Di Eusanio e Merlin, uno spettacolo che senza il filtro del giudizio intende andare dritto al cuore del discorso: diffondere la conoscenza di quanto avviene tra le mura di queste fabbriche della morte.

1223 Ultima fermata mattatoio porta in scena l’amore platonico tra due capi di bestiame che s’incontrano solo al momento dell’esecuzione, contrapponendo il lirismo del sentimento allo strazio della negazione dei diritti.
La riflessione suggerita si fa allora imprescindibile. Adottando una prospettiva antispecista, più che animalista, Di Eusanio e Merlin si interrogano sui rapporti di potere tra il mondo umano e quello animale – senziente anch’esso ed emotivamente capace di leggere l’ambiente circostante – constatando quanto questo sacrilego impulso alla violenza sia speculare a quello di molte prevaricazioni per cui si combattono battaglie e si innescano attivismi universalmente ritenuti urgenti.

Come pretendere la salvaguardia di libertà e diritti se a negare ogni diritto siamo proprio noi?

Ne abbiamo parlato con Elisa Di Eusanio, in scena il 22 e 23 aprile a Carrozzerie n.o.t per l’anteprima nazionale di 1223 Ultima fermata mattatoio. La verità oltre un prodotto chiamato “carne”.

1223 Ultima fermata mattatoio racconta le pratiche oscure dell’industria zootecnica intensiva. Da dove nasce la necessità di trattare questo tema?

E.D.E.: Si tratta di una necessità estremamente personale: negli ultimi anni mi sono avvicinata a questa realtà mossa da un istinto empatico nei confronti degli animali e ho iniziato ad approfondire il tema a seguito della visione, per me scioccante, di un documentario di Joaquin Phoenix, Dominion. Mi si è aperto un mondo che ho voluto approfondire  avvicinandomi a una serie di attivisti e affiancandoli in alcune azioni che svolgevano proprio di fronte ai mattatoi industriali tra cui il mattatoio ILCO che si trova in Umbria ed è il più grande mattatoio di ovini d’Europa. 

Vedere tutto ciò che porta alla creazione del prodotto ha completamente cambiato la prospettiva della mia vita. Sono entrata in connessione con una macchina che ogni giorno muove miliardi di corpi che, come in una catena di montaggio, vengono smontati: gli animali arrivano vivi in queste strutture e ne escono prodotti. In tutto questo c’è il terrore dell’animale, che io ho visto e toccato con mano, c’è l’alienazione sociale di operatori umani che si trovano a fare un lavoro che non è un lavoro, è una spirale di totale dissociazione dalla realtà. 

Ho sentito, facendo l’attrice, di dover mettere il mio lavoro e la mia esistenza al servizio di questa causa, perché la trovo proprio urgente. Oltretutto documentandosi ci si rende conto di una rete interconnessa di problemi che alla radice hanno la violenza nei confronti di esseri senzienti che noi facciamo nascere per mandare a morire. Popoliamo il pianeta di animali da ammazzare: il 60% della massa terrestre è costituita da animali da allevamento.

La produzione di carne nell’industria intensiva è affrontata a partire da uno studio dettagliato delle fonti che scaturisce sulla scena in uno spettacolo dai plurimi linguaggi: le immagini di repertorio dell’associazione Animal Equality sono una testimonianza diretta che si integra con la narrazione dei corpi in scena e con le musiche di Emiliano Merlin. Come avete lavorato ai diversi piani del racconto?

E.D.E.: Ho avuto l’intuizione di coinvolgere Emiliano Merlin, in arte unòrsominòre, conosciuto in diverse azioni attiviste, le cui canzoni meravigliose, estremamente delicate, dirette, poetiche. Di getto ho scritto un monologo su questo vitellone e questa mucca da latte da allevamento, con una storia molto romantica ed è stata la prima parte di testo che ho elaborato. Dopodiché ho iniziato a chiedermi come inserire la realtà in questa storia: lo spettacolo inizia come una “conferenza teatrale” entrando nella musica che scansiona tutta la zona narrativa; attraverso il monologo si giunge alla sezione più documentaristica.

Ci tengo a dire che non è uno spettacolo splatter, non ci interessa raccontare la violenza maniera violenta, dobbiamo fare il contrario. Il linguaggio che stiamo cercando di usare è il più possibile poetico. 

L’efferatezza rappresentata dal mattatoio è contrapposta al lirismo dall’amore platonico tra due capi di bestiame. Divisi in diverse aree dell’industria, i due si incontrano solo al momento della macellazione, andando incontro alla morte insieme. Quale messaggio contiene questa critica alla deumanizzazione degli animali? 

E.D.E.: Tendiamo a mettere un filtro tra noi e il mondo animale, quando invece il mondo animale è fatto di emozione come e ancor più del nostro. Noi questa capacità di provare emozioni la neghiamo completamente agli animali. L’aspetto che mi inquieta di più è il fatto che a noi proprio non interessa la loro sofferenza. Quello che provo a fare attraverso questo monologo è di svegliare le persone e ricordando che gli animali hanno il loro mondo, che non è il nostro, ma è un mondo pieno di sentimento, pieno di sentire. 

Per questo ho cercato di usare un linguaggio il più vicino possibile al mondo animale, molto semplice, sembra quasi che a parlare sia un bambino. La mia non vuole essere una critica, sono una persona che sceglie un approccio non giudicante in generale nella vita. La mia è una condivisione di ciò che sento, vedo, apprendo. Sicuramente critico la società e chi ha fatto di questo un business, chi fa di questo un profitto, nei loro confronti ci sarà sempre la mia più feroce critica senza dubbio.

La sottrazione di diritto e libertà, subita dagli animali di 1223 Ultima fermata mattatoio, è una condizione condivisa – con dovute differenze – dall’essere umano in alcuni contesti sociali e politici che infiammano le cronache odierne. Alla luce di questo parallelismo, che senso ha portare in scena oggi Ultima fermata?

Hai centrato proprio il tema fondamentale. Non mi sono mai definita un’animalista, semmai mi definisco un’antispecista, che è diverso, nel senso che per me l’animalismo è qualcosa che è innato e riguarda la mia sfera privata. Questa riflessione che tu susciti è notevole, è proprio la base di tutto, nel senso che se considereremo degli esseri inferiori sui cui corpi poter agire abuso e violenza, lasceremo aperte le porte a qualsiasi abuso e violenza tra noi umani. Il messaggio che voglio lanciare è proprio questo: nessuna creatura dovrebbe essere obbligata alla sofferenza, nessuna creatura dovrebbe nascere per soffrire.

Se viviamo in un sistema che ha normalizzato, legalizzato e protetto un sistema violento di abuso, sofferenza e morte su degli esseri indifesi, come possiamo pensare di portare avanti battaglie di genere, battaglie per i nostri diritti? Fino a quando ci saranno degli esseri che considereremo assoggettabili avalleremo le discriminazioni fra di noi. 
Sto leggendo un libro interessantissimo di Carol J. Adams, che è Carne da macello. La politica sessuale della carne, in cui si fa un riferimento incredibile tra il femminismo e l’abuso sui corpi degli animali con dei parallelismi molto interessanti, anche a livello di linguaggio. Quando parla di violenza, le donne vengono spesso additate come carne da macello, accostandole ad animali abusati e macellati. Ecco che la visione animalista non decade ma si accompagna ad una visione politica che è la direzione nella quale vogliamo andare con questo lavoro.

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